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LA CINA CI INFETTA MA HA ANCHE IL CONTROLLO DELLE MEDICINE E DELLE MASCHERINE
Il processo di delocalizzazione verso est ci ha resi indifesi e ricattabili
di Rodolfo Casadei

La crisi del coronavirus ha fatto prendere coscienza a opinioni pubbliche e governi occidentali che lasciare il quasi monopolio della produzione mondiale di mascherine protettive alla Cina non è stato un buon affare: nel momento del bisogno ci si è ritrovati privi della capacità di produrle immediatamente a livello locale e scaraventati in una lotta darwiniana per contendersi quelle che i cinesi sfornavano dalle loro linee di produzione a ritmi forsennati (oggi la Cina produce 116 milioni di mascherine al giorno, cioè dodici volte di più di quante ne produceva prima dell'inizio dell'epidemia). E ora si fa strada un'altra presa di coscienza, ancora più preoccupante della prima: dalla Cina dipendono le forniture di farmaci generici di tutto l'Occidente, quelle medicine il cui basso costo di acquisto si fonda sul fatto che il brevetto sui princìpi attivi che le rendono efficaci è scaduto. Se per una crisi della produzione come quella che è seguita alla messa in quarantena della provincia di Wuhan a causa del Covid-19, oppure per esercitare un ricatto con obiettivi politici, un domani Pechino decidesse di sospendere le esportazioni, i nostri paesi si troverebbero da un giorno all'altro a dover riorganizzare i propri mercati e a far pagare cifre molto più alte ai propri cittadini, che dovrebbero fare ricorso ai costosi medicinali tuttora sotto brevetto.
La maggior parte dei farmaci generici consumati in Europa e negli Usa sono prodotti in India, ma il 70 per cento delle molecole utilizzate per produrli arrivano dalla Cina: è li che gli indiani devono rifornirsi. Per gli antibiotici, la dipendenza mondiale dalla produzione cinese dei princìpi attivi si colloca addirittura fra l'80 e il 90 per cento. Questo succede perché le industrie farmaceutiche occidentali hanno preferito delocalizzare le produzioni dei farmaci meno redditizi in Asia, dove grazie alla manodopera a basso costo si riescono ancora a estrarre buoni profitti anche dai farmaci non più sotto brevetto. Se si considerano tutti i princìpi attivi in circolazione, il mercato europeo nel 2014 (ultima data per la quale si hanno dati statistici precisi) era spartito fra la Cina (33 per cento), l'India (25 per cento), l'Italia (23 per cento), la Spagna (7 per cento), Israele (5 per cento), Polonia (3 per cento) e pochi altri. Ancora più compromessa la situazione degli Stati Uniti se diamo retta a Rosemary Gibson, autrice del libro China Rx che descrive la dipendenza del mercato farmaceutico americano dai prodotti cinesi, recentemente intervistata da Le Figaro: «Migliaia di farmaci generici consumati negli Stati Uniti dipendono dalla Cina per i loro princìpi attivi», spiega la giornalista scientifica e consulente sanitaria.
«E i cinesi controllano anche la quasi totalità della produzione delle molecole chimiche che permettono di fabbricare gli ingredienti attivi dei nostri medicinali generici – generici che rappresentano oggi il 90 per cento del consumo di medicinali negli Stati Uniti. Sul mercato c'è anche l'India, che ha la più grande produzione di generici del mondo, ma anch'essa dipende dalla Cina per le materie prime e i princìpi attivi (…) Il ribaltamento della situazione a favore della Cina è avvenuto certamente grazie al basso costo della manodopera e alle loro normative lassiste in materia di protezione ambientale, ma i cinesi non sarebbero arrivati agli attuali risultati se non avessero praticato un dumping massiccio creando cartelli di compagnie cinesi che hanno proposto dei prezzi che hanno battuto ogni concorrenza. Questa politica ha strangolato i produttori europei e americani, cosa che spiega per esempio perché gli Stati Uniti non abbiano più la capacità manifatturiera per produrre la penicillina. Una volta eliminati i concorrenti, i prezzi sono risaliti. Questa conquista di mercati farmaceutici fa parte di un piano industriale cinese più ampio, il cui scopo è di divenire la farmacia del mondo».
Per avere un'idea del peso che il quasi monopolio sino-indiano ha sul mercato farmaceutico europeo, si consideri che in Germania i generici rappresentano il 34,6 per cento del valore di tutti i medicinali venduti nel mercato dei farmaci rimborsabili, e ben l'82,3 per cento in termini di volumi! In Italia i generici rappresentavano nel 2018 il 9,2 per cento del valore di tutto il mercato farmaceutico e il 27,9 per cento di tutto il volume. I dati del Regno Unito sono simili a quelli della Germania, quelli della Francia un po' superiori a quelli italiani.
S'impone dunque l'imperativo di riportare in Europa (e negli Usa, per quanto riguarda gli americani) la produzione di farmaci strategici per la salute della popolazione, ma l'obiettivo è più difficile da raggiungere di quanto si possa immaginare. «La rilocalizzazione totale è illusoria», dice Olivier Wierzba, specialista per la sanità della società di consulenza internazionale Bcg (Boston Consulting Group), «perché ci vogliono parecchi decenni per ricostruire un tessuto industriale e perché esiste un know-how tecnologico importante nei paesi asiatici».
La rilocalizzazione dovrebbe puntare sui medicinali essenziali e che non hanno alternative terapeutiche. Non si annuncia facile perché il numero dei siti di produzione dei farmaci su suolo europeo s'è molto ridotto nel tempo. In Francia, per esempio, ne restano una sessantina, quando in Cina e in India si contano nell'ordine delle migliaia. Inoltre il trasferimento della produzione di una molecola da un fornitore a un altro richiede tempo affinché siano rispettati tutti gli standard regolamentari. Normalmente ci vogliono due anni per una certificazione che permette di avviare la produzione. Il processo richiede dei protocolli di crescita, di convalida e di stabilità, e le registrazioni d'uso. Per progettare, costruire e attrezzare da zero un impianto ci vogliono invece cinque anni in media.
Tre mesi prima che l'epidemia di coronavirus scoppiasse, la Efcg, federazione europea di produttori chimici molto coinvolti nei farmaci generici, metteva in guardia dalle penurie di medicinali che già allora si stavano verificando, legate alla dipendenza europea dai produttori asiatici. Fra le sue raccomandazioni, quella di «Istituire una procedura rapida di approvazione per Materie Prime registrate (Rsm) alternative utilizzate nella sintesi delle sostanze attive: crediamo che questo sia necessario urgentemente per evitare penurie dovute a eventi imprevisti (…). Implementare un piano quinquennale-decennale per incoraggiare la Ricerca e Sviluppo di materie prime critiche o tecnologie prodotte in Europa, allo scopo di ridurre la dipendenza della UE dalle forniture estere».
Il coordinamento a livello europeo della produzione farmaceutica appare indispensabile se si vuole superare la dipendenza dei singoli paesi dalla Cina. Lo scarto dei prezzi fra Europa e Cina resta forte nonostante lo scarto fra i salari degli addetti del settore si sia ridotto (oggi non è superiore al 5-15 per cento a vantaggio dei cinesi) perché quest'ultima è in grado di produrre quantitativi senza paragone con quelli europei. La situazione rischia di sfuggire completamente di mano a europei e americani se si pensa che a causa della scadenza dei brevetti tra il 2020 e il 2024 è previsto che molecole brevettate per un valore di 160 miliardi di euro diventeranno di pubblico dominio. Senza investimenti e strategie concordate fra gli attori europei la partita è persa.

 
Fonte: Tempi, 16/04/2020


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