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QUESTO MATRIMONIO NON S'HA DA FARE
Perchè il matrimonio gay toglierebbe qualcosa alla famiglia tradizionale e alla società
di Alessandro Fiore

"Vogliamo solo dare dei diritti a una minoranza, non stiamo togliendo diritti a nessuno, tanto meno stiamo danneggiando la vostra famiglia tradizionale!"
A prima vista l'argomento potrebbe apparire verosimile: in effetti non sembra che la concessione di "diritti" a una minoranza possa togliere diritti a nessuno e non sembra che l'unione civile tra due persone omosessuali possa danneggiare il matrimonio tra uomo e donna, non essendo (così parrebbe) istituti "concorrenti" (gli eterosessuali potranno aspirare solo al matrimonio, gli omosessuali solo alle unioni civili).
In realtà però, l'argomento è: 1. pretestuoso (almeno in parte), 2. irrilevante; 3. falso.
1. Pretestuoso (almeno in parte): la maggior parte dei diritti che si reclamerebbero per i conviventi già sono riconosciuti dall'ordinamento. In particolare quei diritti che sono più spesso portati a esempio per la loro inoffensività (subentro nel contratto di locazione, visite in carcere, visite in ospedale, ecc.).
2. Irrilevante: una riforma può essere ingiusta anche se non tocca diritti altrui o non danneggia direttamente nessun individuo. E' giusto infatti "dare a ciascuno il suo". Ora se non c'è un motivo ragionevole per predisporre un regime pubblico con certi diritti, simile al matrimonio, per una unione diversa, questo basta per renderla ingiusta. Sarebbe infatti (per quanto a prima vista possa sembrare paradossale) contrario al principio di uguaglianza e non discriminazione. Questo principio non impone soltanto di trattare in maniera uguale situazioni uguali, ma anche di trattare diversamente situazioni diverse. Ora la famiglia naturale (uomo e donna) fondata sul matrimonio è una situazione profondamente diversa dall'unione di due persone dello stesso sesso. Quindi predisporre un regime sostanzialmente uguale al matrimonio per unioni civili tra persone dello stesso sesso è una vera ingiustizia nei confronti del matrimonio e un privilegio ingiustificato e irragionevole in favore delle unioni civili.
Questo ci dovrebbe lasciare insensibili? Trattare in modo uguale situazioni diverse non ci lascerebbe insensibili nell'ipotesi in cui, lasciando il (più importante) diritto di famiglia, ciò riguardasse, per fare un esempio a caso, il diritto tributario: in questo campo esigiamo che lo Stato chieda tributi diversi a chi ha diversa capacità contributiva, anche se a noi non "togliesse" nulla di più. Si immagini il caso in cui lo Stato dovesse promulgare una legge "ad personam" e decidesse di fissare per alcune poche persone molto ricche delle imposte sul reddito uguali a quelle previste per l'impiegato medio. Probabilmente non inciderebbe molto sul bilancio pubblico e non "toglierebbe" nulla al resto dei cittadini, i cui contributi rimarrebbero invariati. Non lo percepiremmo ugualmente come una ingiustizia?
3. L'argomento è, infine, falso: cioè dire che predisporre un regime pubblico simile al matrimonio per persone dello stesso sesso non "tocca" i diritti altrui e non reca un danno alla società è semplicemente falso.
Persino uno studente di primo anno di giurisprudenza sa che qualsiasi diritto (che esso sia "relativo", come i diritti di credito, o "assoluto", come la proprietà) implica sempre dei doveri corrispondenti in capo ad altri.
E un dovere è per definizione una limitazione di libertà, o limitazione di un diritto altrui. Per fare un esempio, il diritto assoluto di proprietà implica il dovere di tutti i consociati di riconoscere il titolare del bene, di non appropriarsi della cosa, non utilizzarla senza il consenso del proprietario, ecc. Questo vale per ogni diritto, a prescindere dal fatto che sia giusto o meno.
Lo stesso si verifica relativamente ai "diritti" riconosciuti ai conviventi omosessuali: implicano dei doveri in capo a molte altre persone, quindi delle limitazioni di diritti o di libertà.
Qualche esempio.
L'art. 1 del ddl dispone che l'unione civile si costituisce mediante dichiarazione di fronte all'ufficiale di stato civile che deve poi iscrivere l'unione in apposito registro. Questo presuppone in capo agli ufficiali di stato civile il dovere di riconoscere e registrare quelle unioni gay. Ciò non è per nulla scontato. Alcuni potrebbero opporsi a questo riconoscimento per ragioni di coscienza (e farebbero bene). Si crea in altre parole una frizione tra il riconoscimento pubblico dell'unione e la libertà di coscienza di un altro cittadino, o anche la libertà religiosa o di espressione.L'approvazione del ddl quindi implica una limitazione del diritto alla libertà di espressione e di religione di alcuni cittadini (almeno quelli che svolgono il ruolo di ufficiale di stato civile: i sindaci, i loro delegati, gli impiegati di ruolo, ecc.).
I problemi che derivano da questo fatto non sono fantagiuridici ma pura realtà: è noto quanta resistenza ci fu da parte di molti sindaci dopo l'approvazione del "marriage pour tous" in Francia, e i provvedimenti severi presi dal Governo contro i dissidenti. Ancora più recentemente abbiamo dato notizia della resistenza del Texas alla decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti di estendere a tutti gli stati il matrimonio gay. Il problema è emerso quando il ministro della Giustizia del Texas ha dichiarato che i funzionari comunali non potranno essere obbligati a trascrivere le nozze gay: "Gli addetti (alle nozze) delle contee e i loro impiegati conservano le loro libertà religiose e quindi possono rifiutarsi per motivi religiosi di concedere una licenza di matrimonio a persone dello stesso sesso". Il ministro si è mostrato consapevole dellapossibilità che i funzionari vengano denunciati ma ha promesso in ogni caso sostegno legale.
Questo è forse il più importante, ma non è certo l'unico caso concreto di "limitazione" di diritti o libertà in capo ad altri: si pensi alle "convenzioni matrimoniali" (il cui regime si applicherebbe anche alle unioni civili) che sono per loro natura opponibili a terzi; oppure al diritto successorio: la successione legittima spetterebbe anche al partner omosessuale del defunto. Questo limita in grande misura la parte di eredità che può essere devoluta ai (veri) familiari del defunto (si pensi soprattutto ai genitori o all'eventuale figlio biologico del solo defunto), indipendentemente da ciò che il defunto abbia disposto volontariamente in testamento. A prescindere dalla ingiustizia o meno di questa situazione, resta che è falso affermare che "concedere diritti" ad alcuni, non toglie nulla a nessuno.
Ultima ragione per la quale non è vero che approvare il ddl Cirinnà "non toglie diritti a nessuno e non danneggia la famiglia tradizionale": il riconoscimento di uno pseudo-matrimonio, chiamato "unione civile", tra persone dello stesso sesso provoca un danno sociale.

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Abbiamo detto in altri articoli dei danni che deriverebbero da quella che costituisce una promozione pubblica del rapporto omosessuale, e del danno che può derivare ai bambini soprattutto qualora la giurisprudenza (europea o nazionale) allarghi, com'è prevedibile, il diritto di adozione, partendo dalla "stepchild adoption". Qui però vogliamo parlare di un altro danno, che interessa direttamente la famiglia naturale.
La legge ha una rilevante forza pedagogica. Ciò che essa promuove tende a essere percepito come buono e giusto dalla collettività, ciò che proibisce come dannoso e cattivo. Allo stesso modo la definizione degli istituti a livello legale influenza la mentalità e il costume, creando indirettamente tutta una serie di incentivi o di freni verso certi comportamenti.
Con l'approvazione di uno pseudo- matrimonio gay lo Stato sta dando un messaggio ben preciso: "riconosco un'unione e la promuovo pubblicamente, non perché ritengo importante la generazione e la crescita dei bambini, ma perché ritengo importante tutelare un sentimento ('l'amore')".
L'effetto "pedagogico" è potenzialmente devastante.
Ne consegue una inversione ideologica: il benessere emotivo e sentimentale degli adulti prevale sull'esistenza e il benessere dei bambini. Il motivo stesso per ricorrere al matrimonio tra uomo e donna cambia: poiché il regime è sostanzialmente identico a quello delle unioni tra omosessuali, cioè unioni essenzialmente e strutturalmente sterili, si è indotti a pensare che il riconoscimento pubblico del matrimonio non abbia a che fare con la possibilità di fondare famiglia, ma sia motivato dalla tutela dell'affetto tra eterosessuali.
Anche i principi ispiratori della futura azione politica rischiano di cambiare a danno della famiglia naturale e della società tutta. Se lo Stato stesso smette di credere che il riconoscimento del matrimonio implica un legame stretto con la famiglia e i bambini, le politiche future che avranno ad oggetto il matrimonio non saranno principalmente dirette ad agevolare la nascita e la crescita dei bambini (e in particolare le famiglie numerose come vorrebbe l'art. 31 della Costituzione) ma a realizzare interessi personali e sentimentali degli adulti (la logica del divorzio breve è la stessa).
Questo risultato sarebbe catastrofico per una nazione che soffre già in modo terribile di un'inverno demografico senza precedenti. Il tasso di fertilità medio della donna italiana si aggira sul 1,3, cioè molto al di sotto della soglia di sostituzione generazionale (2,1) e uno dei più bassi al mondo. Ciò vuol dire, tra le molte cose: invecchiamento progressivo della popolazione, insostenibilità economica, in particolare rispetto alla previdenza pubblica, e, in prospettiva, sostanziale estinzione del popolo italiano. Lo scenario sembra apocalittico, ma esso è semplice conseguenza dei numeri, se non si cambia in modo rilevante il tasso di fertilità (cosa difficile da fare) e non si punta sulla nascita dei bambini.
Togliere rilevanza alla generazione dei bambini, come motivo fondante del riconoscimento del regime pubblico previsto per il matrimonio, è l'ultima cosa di cui l'Italia ha bisogno.
Di conseguenza, il riconoscimento di pseudo-matrimoni gay (unioni civili), è l'ultima cosa di cui l'Italia ha bisogno.

 
Fonte: Notizie Provita, 4 e 5 luglio 2015


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