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I FARMACI NON SONO PRODOTTI DA GESTIRE IN AUTONOMIA
Ma la cultura della morte ci insegna a sentirci indipendenti anche in questo: il caso della pillola dei cinque giorni dopo
di Carlo Bellieni

Usereste di vostra iniziativa un farmaco che nel foglietto illustrativo riporta tra i rischi seppur rari quello della «rottura di cisti ovariche»? Difficilmente, perché non siete medici e non sapete se siete a rischio di avere cisti che si possono rompere e quali sono le conseguenze e i rimedi. E usereste senza il parere di un medico un farmaco che perde efficacia se si assumono medicine che «diminuiscono il pH gastrico» o «inducono il Cyp3A4», rischiando che così il vostro farmaco non funzioni? Anche in questo caso probabilmente no, perché non siete medici o farmacisti e non sapete quali sono questi farmaci (anche se nel foglietto illustrativo ci sono i nomi dei principi attivi, spesso conosciamo solo i nomi commerciali e non i ‘mattoni’ dei nostri farmaci).
Ecco due motivi per i quali appare tanto strano che un farmaco ormonale con le suddette caratteristiche possa essere presto venduto nelle farmacie italiane senza prescrizione medica.
Ci riferiamo alla cosiddetta «pillola dei cinque giorni dopo» – farmaco assunto da chi vuole impedire una gravidanza – che se la recentissima scelta dell’Agenzia del farmaco non incontrerà ostacoli sarà presto acquistabile sugli scaffali delle farmacie senza passare dal dottore né esibire ricette al farmacista. Con i rischi annessi. Che non sono solo quelli ora detti. Già, perché un altro dei motivi per i quali certi farmaci vanno presi su ricetta medica è che non vengano usati impropriamente, magari a scopo doloso: un sonnifero non si compra senza ricetta anche perché si potrebbe somministrare ad altri per commettere reati; e se si ha a portata di mano un farmaco che impedisce la gravidanza si potrebbe far assumere all’insaputa della donna, caso deprecabilissimo ma non impossibile. In altre parole, siamo davanti a un salto dalla prescrizione medica all’autoprescrizione. Si dirà che così si salvaguarda la privacy della donna, che almeno non deve raccontare al medico il desiderio di non essere incinta. Cosa non esatta, perché lo deve spiegare o almeno far capire al farmacista, con la differenza che dal dottore lo fa in un ambulatorio riparata da orecchie indiscrete, mentre in farmacia è esposta a chi sta in fila. E non crediamo che nei cinque giorni di tempo concessi dalla pillola non ci sia lo spazio per un dialogo col dottore. E allora è lecito chiedersi: si va allargando il campo della autodeterminazione del paziente, o quello della sua solitudine?
Colpisce la moda che parte da Hollywood di misurare il rischio di avere un tumore a un certo organo e farselo di conseguenza asportare prima che il tumore (sempre che poi arrivi) si manifesti. Si potrebbe usare la stessa analisi genetica per incrementare le diagnosi precoci nei soggetti a rischio, ma l’asportazione dell’organo dà indubbiamente un forte senso di indipendenza. Si va allora verso una medicina non più centrata sul paziente ma ora autogestita dal paziente stesso, cosa in apparenza buona se non fosse per tutta una serie di controindicazioni che solo i medici conoscono, e forse talvolta nemmeno loro, se sanno riconoscere i propri limiti e quelli della medicina. Ma proprio per questo la medicina deve essere un cammino condiviso tra medico e paziente. Dare l’idea che il medico sia un intruso creando deroghe alla prescrizione di taluni farmaci più delicati non è un bel servizio alla salute e alla verità.

 
Fonte: Avvenire, 02/04/2015


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