Amici del Timone n°92 del 01 febbraio 2020

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1 GIOVANNINO....TANTI BAMBINI COME LUI INCONTRANO CHI LI ACCOGLIE...DALL'ABBANDONO DEI GENITORI ALL'INCONTRO CON L'AMORE DI CHI TI SCEGLIE
Un racconto testimonianza
di Salvatore Mazza - Fonte: Avvenire
2 LA VICENDA DI GIOVANNINO COMMUOVE....MA NESSUNO PARLA DELLA FECONDAZIONE ETEROLOGA CHE L'HA FATTO NASCERE
Finita l'onda emotiva, speriamo si possa riflettere su una pratica disumana, che mercifica i figli fino all'assurdo di desiderare di abbandonarli se non corrispondono ai nostri desideri
di Leone Grotti - Fonte: Tempi
3 IL CAMBIO DI SESSO E' UN'ILLUSIONE: CHIRURGIA ALLA FRANKESTEIN DA CUI NON SI TORNA INDIETRO
Sono ormai tantissimi i pentiti del transgenderismo che devono affrontare interventi e terapie costosissime per cercare di rimediare alla mutilazione del proprio corpo
di Benedetta Frigerio - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
4 TAFIDA MIGLIORA, E IL PENSIERO VA A CHARLIE E ALFIE. MA I CASI NON SONO UGUALI: E' STATA RISPETTATA LA FEDE, MA MUSULMANA
Grazie all'ospedale italiano Gaslini, Tafida, ormai data per incurabile dai medici inglesi,sta sperimentando miglioramenti significativi.
di Emanuele Boffi - Fonte: Tempi
5 LO STUDIOSO DEL GENDER AMMETTE: HO SBAGLIATO TUTTO: IL SESSO E' UNA REALTA' BIOLOGICA
La costruzione della teoria gener è in buona sostanza un'invenzione, per stessa ammissione di uno dei suoi inventori
di Roberto Vivaldelli - Fonte: Il Giornale
6 UNA GENERAZIONE DI ORFANI
La maggior parte dei genitori, distratti dal lavoro, lasciano i figli in balia di se stessi, della scuola, del cellulare, dei coetanei, ecc.
di Luciano Leone - Fonte: Notizie Provita & Famiglia
7 IL BONUS PER IL LATTE ARTIFICIALE E' SCANDALOSO
Niente è meglio dell'allattamento al seno, ma il governo, per favorire le multinazionali, inventa il bonus per il latte in polvere e così va contro la natura (lo ammettono pure Organizzazione Mondiale per la Salute e UNICEF)
di Luca Volontè - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

1 - GIOVANNINO....TANTI BAMBINI COME LUI INCONTRANO CHI LI ACCOGLIE...DALL'ABBANDONO DEI GENITORI ALL'INCONTRO CON L'AMORE DI CHI TI SCEGLIE
Un racconto testimonianza
di Salvatore Mazza - Fonte: Avvenire, 07/11/2019

Il giorno dopo la fuga di notizie dall'ospedale di Torino, oggi è tornato il silenzio su Giovannino, il neonato non riconosciuto dai genitori a causa della grave malattia rara di cui è affetto, la ittiosi Arlecchino. Numerose famiglie si sono offerte di accoglierlo, e così il Cottolengo di Torino. Una generosità che ha colpito Claudio Larocca, presidente della Federazione dei Centri di aiuto alla vita del Piemonte, perché "ci dona speranza e fiducia nell'umanità". «C'è ancora chi si prodiga per accogliere e assistere l'"imperfetto" che per alcuni è solo 'materiale di scarto". E hanno suscitato grande discussione due post su Facebook in cui il ginecologo Silvio Viale, che lavora proprio al Sant'Anna ed è attivista radicale, ha commentato la vicenda, dapprima biasimando la diffusione della notizia dell'abbandono di Giovannino, e poi, tra le altre cose, ribadendo che "ognuno di noi avrebbe fatto come i genitori", e che, in più "chiunque di noi, potendo conoscere la diagnosi durante la gravidanza, abortirebbe". Parole forti, certamente non veritiere, e che aggiungono spietatezza a una vicenda che, da dovunque la si guardi, resta dolorosa.
Pubblichiamo qui di seguito una testimonianza-racconto scritta da Salvatore Mazza, una sorta di storia di "buon augurio" dedicata a Giovannino.
Ho letto ieri di Giovannino, il piccolo di 4 mesi abbandonato alla nascita dai genitori perché affetto da una malattia rara e incurabile. E mi è tornata alla mente qualcosa accaduto tanti anni fa, e che ha sempre al centro Torino e il Cottolengo.
Una storia incredibile, ma verissima, la più bella che mi sia capitato di raccontare in quasi quarant'anni di giornalismo, e che ancora mi buca il cuore ogni volta che ci ripenso. E che vorrei lasciare a Giovannino come buon augurio. Era il 1990, e dopo alcuni giorni di tira e molla, dal Cottolengo ottenni il permesso di visitare il "Padiglione degli Angeli" , la parte della Piccola Casa della Divina Provvidenza che ospitava i bambini nati con handicap e malformazioni gravissime, i "mostri", quelli che i genitori abbandonavano per la vergogna, o per l'impossibilità di prendersene cura, o per la disperazione.
Arrivando a Torino ancora non sapevo che cosa avrei scritto. Una suora, di cui non ricordo purtroppo il nome, mi accompagnò al padiglione, dove vidi tanti piccoli e meno piccoli puliti, ordinati, curati e amati. Finito il giro, la suora mi chiese: «Ha tempo per incontrare una persona?». Certo. Mi lasciò in un salottino, dove qualche minuto dopo rientrò accompagnata da una signora di oltre settant'anni, piccolina, minuta, i capelli tutti bianchi, e un gran sorriso. «Ecco, questa è la signora Laura, forse sarebbe interessante per lei ascoltare la sua storia».
Una storia iniziata una quindicina di anni prima, esattamente il giorno che la signora Laura era andata in pensione dopo aver lavorato più di quarant'anni alle poste. Né marito né figli, il suo programma era di permettersi, con i risparmi di una vita e la liquidazione, il lusso di qualche viaggio. Il primo fu un pellegrinaggio, in pullman. C'erano anche due suore, con le quali iniziò a parlare del più e del meno. Quando venne fuori che lei, Laura, suonava il pianoforte, le chiesero se qualche giorno le sarebbe andato di suonare «per i nostri bambini». Rispose di sì, ma tutto si sarebbe aspettato tranne che di ritrovarsi, un paio di giorni dopo, tra gli "angeli" del Cottolengo. «Sul momento fu uno choc terribile», mi confessò. Però riuscì a suonare, e suonò per più di un'ora.
Prima di andare via - «Torni quando vuole, e grazie», le dissero le suore – passò a salutare i bambini e, in un lettino, ce n'era uno di forse nove anni, cieco e praticamente senza faccia, nato così. Si «fece coraggio» - usò proprio questa espressione – e allungata la mano gli sfiorò i capelli con una carezza. «Chi sei?». «Mi chiamo Laura». «Io sono Mario. Tu sei mia mamma». Non era una domanda, era un'elezione, un'investitura.
E in effetti sarebbe tornata, Laura, tra quelle mura. Sempre più spesso, fino a farlo tutti i giorni. Oramai "mamma Laura" per tutti, andava lì ad accudire il Mario, lo aiutava a fare i compiti, le passeggiate la domenica e poi d'estate qualche giorno di vacanza insieme… no, mamma Laura non riuscì mai a fare i viaggi che aveva sognato, i soldi servivano per pagare le complesse e costose operazioni di chirurgia plastica che provavano a restituire fisionomia al volto di Mario, e furono tante. Sempre insieme, Mario e mamma Laura, sempre, anno dopo anno.
Anche quando Mario, verso i diciotto anni, volle provare a ritrovare i suoi genitori. Non si sapeva chi fossero, l'unica cosa nota delle sue origini era che era nato in un paese del Veneto. Mamma Laura l'accompagno', ma le ricerche non approdarono a niente. Mario allora lasciò nel libro del vangelo davanti all'altare di una chiesa una lettera con la sua storia, un numero di telefono e una domanda: per caso qualcuno mi sa dire chi sono i miei genitori? Tornarono a Torino, senza molte speranze. Ma dopo qualche mese il telefono di mamma Laura squillo'.
Era il parroco della chiesa dove Mario aveva lasciato la sua lettera. Aveva trovato la famiglia di Mario, padre madre e due sorelle, aveva parlato con loro, e anche loro volevano riabbracciarlo. Mamma Laura e Mario tornarono di corsa in Veneto, e fu una festa. Si rividero a Torino, e fissarono un terzo appuntamento che però, all'ultimo momento, saltò. Mamma Laura provò a fissarlo di nuovo, ma il telefono squillava a vuoto. Finalmente, dopo qualche settimana, le rispose la madre: «Ci abbiamo provato, ma… ».
Ora doveva dire a Mario che i suoi genitori l'avevano rifiutato un'altra volta. Indugio' qualche giorno, poi, come quando gli aveva dato quella prima carezza, si fece coraggio: «Sai, ho parlato con tua madre…». Mario neanche la lasciò finire, aveva già capito tutto da un pezzo. Disse solo: «Tu sei mia madre». Mario trovò lavoro, si sposò e non si voltò più indietro. Sempre accanto a mamma Laura. Sua madre.

Fonte: Avvenire, 07/11/2019

2 - LA VICENDA DI GIOVANNINO COMMUOVE....MA NESSUNO PARLA DELLA FECONDAZIONE ETEROLOGA CHE L'HA FATTO NASCERE
Finita l'onda emotiva, speriamo si possa riflettere su una pratica disumana, che mercifica i figli fino all'assurdo di desiderare di abbandonarli se non corrispondono ai nostri desideri
di Leone Grotti - Fonte: Tempi, 07/11/2019

La storia del piccolo Giovannino, abbandonato all'ospedale Sant'Anna di Torino dai genitori perché affetto da una patologia gravissima chiamata Ittiosi Arlecchino, si è conquistata le prime pagine di tutti i giornali. Ed è davvero paradossale che un bambino così piccolo, appena quattro mesi, che non può stare alla luce a causa della sua malattia, sia riuscito a illuminare i cuori delle decine di persone che hanno chiamato in ospedale per adottarlo, non ultimo il Cottolengo, e risvegliare la coscienza intorpidita di migliaia di italiani.
Ma quella di Giovannino è una storia in chiaroscuro, piena di luci e ombre. L'ombra non è soltanto la decisione dei suoi genitori di lasciarlo in ospedale e di non riconoscerlo, ma anche il modo in cui è stato concepito, cioè tramite fecondazione eterologa, e i pericoli insiti in questa pratica. Ed è un'ombra così grande e così scomoda, tanto per i media quanto per la società, che ieri i siti del Corriere e di Repubblica, riprendendo la storia raccontata per prima dalla Stampa, hanno deciso di ometterla.
Alla base della fecondazione eterologa infatti, che prevede la fabbricazione in provetta di un embrione con l'utilizzo di gameti appartenenti a soggetti estranei alla coppia, c'è l'idea (cosciente o no poco importa) del progetto umano. Quando la Corte Costituzionale, nell'aprile 2014, abolì il divieto di fecondazione eterologa contenuto nella legge 40, lo fece nel nome del «diritto al figlio» che lo Stato doveva riconoscere a ogni coppia che lo "desideri".
Ma un conto è proiettare i propri desideri su un figlio che sta per arrivare, un altro è selezionare in base alla qualità genetica ovuli e spermatozoi per realizzare un desiderio. Che cosa succede infatti quando un bambino, non generato nella carne, ma creato grazie alla manipolazione biotecnologica, non corrisponde al desiderio iniziale, alla qualità "selezionata" e voluta? La verità, ed è la verità che ci insegna Giovannino, è che è molto facile scartarlo.
È sul ricorso alla pratica della fecondazione eterologa fatta dai genitori, che instilla il criterio della qualità del nascituro e lo reifica, rendendo così più ardua l'accoglienza, anche della fragilità e della malattia, qualora si verifichi, che bisogna soffermarsi. E come ha spiegato il dottor Daniele Farina, primario della divisione pediatrica neonatale del Sant'Anna, quella di Giovannino «è una patologia non diagnosticabile con i normali esami eseguiti durante la gestazione. Se uno dei genitori è a conoscenza di una familiarità genetica può richiedere approfondimenti mirati sul Dna». Ma in questo caso metà del patrimonio cromosomico del feto era esterno alla coppia. Una metà che Giovannino non potrà neanche mai conoscere perché anonima.
Massimo Gramellini scrive oggi nella sua rubrica sul Corriere che Giovannino «è venuto al mondo per ricordarci chi siamo». Ha ragione. Ma sbaglia quando aggiunge che dobbiamo «smettere di pensare e cominciare a sentire». È vero il contrario: quando si sarà esaurito lo slancio emotivo che sta spingendo in modo meraviglioso decine di coppie a chiedere di adottarlo, bisognerà cominciare a porsi le domande giuste. Vogliamo essere figli generati nella carne, soggetti certi della nostra origine (amorevole o meno), o creati in laboratorio, oggetti di desideri e volontà, per loro natura volubili?

Fonte: Tempi, 07/11/2019

3 - IL CAMBIO DI SESSO E' UN'ILLUSIONE: CHIRURGIA ALLA FRANKESTEIN DA CUI NON SI TORNA INDIETRO
Sono ormai tantissimi i pentiti del transgenderismo che devono affrontare interventi e terapie costosissime per cercare di rimediare alla mutilazione del proprio corpo
di Benedetta Frigerio - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 05/12/2019

I pentimenti per aver cambiato sesso in età adulta sono drammatici ma il rimorso degli adolescenti ingannati fin da piccoli è ancora più doloroso. Alla lista di quelli noti (che si allunga, vedi qui) si è aggiunto Nathaniel, 19 anni, che meno di un anno più tardi dall'operazione di rimozione dei genitali ha pianto amaramente: «Tutto questa storia è stata una terribile idea. Ho 19 anni e mi sento di aver rovinato la mia vita».
Nathaniel usa giustamente il singolare, ché nel mondo dei sogni individualista quella del giovane è stata una sua scelta. Peccato che la legge non gli abbia impedito di agire contro se stesso e che il mondo medico sia ormai tutto a favore di questi interventi autolesionisti. A parlare di lui infatti non sono le cronache che dipingono il mondo transessuale come un sogno fatto di paillettes, lustrini e felicità, ma Walt Heyer (clicca qui) che, avendo provato sulla sua pelle l'inganno, oggi lotta per gridare la verità nonostante il rumore dominante sembri silenziare la sua voce. Heyer ha recentemente scritto sul The Daily Signal che «mi si spezza il cuore ogni volta che ricevo una lettera da parte di qualcuno che si è sottoposto all'operazione chirurgica per il cambio di sesso (che mai avverrà, ndr) e che si pente, specialmente quando si tratta di qualcuno giovane come Nathaniel.
Con il permesso del ragazzo, Heyer ha voluto raccontare la sua storia sperando che la testimonianza possa portare chi crede di risolvere i suoi problemi psicologici nel medesimo modo a tornare sui suoi passi. Nathaniel «ha detto di essere stato bullizzato dai maschi alle scuole elementari perché era sensibile e preferiva fare i giochi delle bambine. Quando è cresciuto ha scoperto la pornografia su internet, ha sentito parlare del transgenderismo, e come ha detto lui, "mi sono convinto che si trattava di quello che ero"».
Così, a 14 anni, ha confessato alla mamma la sua convinzione portandola a prendere appuntamento con un dottore. Dopodiché, continua Heyer, ha «iniziato a vedere il dottore una settimana dopo il suo quindicesimo compleanno e da come descrive i successivi anni della sua adolescenza, direi che andare in clinica non ha migliorato la sua vita». Scrive infatti Nathaniel: «Da lì in poi mi sono lentamente distaccato da tutto fino a quando sono rimasto a casa, giocando ai videogiochi e andando su Internet tutto il giorno. Ho smesso di leggere, di disegnare, di andare in bicicletta».
Insomma, la clinica invece che aiutarlo ad abbracciare la propria identità maschile per aiutarlo a camminare sicuro nel mondo, lo ha confermato nella sua confusione spingendolo a sentirsi diverso e quindi a fuggire da tutto. «Mi sono isolato - continua il ragazzo - in una cavità di eco che ha sostenuto e convalidato le mie decisioni sbagliate, perché anche loro, purtroppo, erano bloccati dentro quella buca».
Tanto che dopo aver compiuto 18 anni, il ragazzo è stato operato per dare ai suoi genitali una parvenza femminile e, in seguito a complicanze, ha dovuto operarsi nuovamente per poi sottoporsi ad un terzo intervento di chirurgia plastica che rendesse il suo volto più femminile. L'articolo prosegue facendo notare che per quanto l'uomo si ostini a pensare di poter mutare la realtà a suo piacimento, «un uomo non sarà mai una donna e non potrà mai diventarlo». E sebbene sia proibito dirlo nel regime politicamente corretto, c'è poco da obiettare quando a rivelare la scomoda verità è la vittima principale di questa ideologia. Scrive infatti Nathaniel nove mesi dopo l'intervento: «Ora che sono guarito dagli interventi chirurgici, me ne pento. Il risultato dell'intervento chirurgico sembra nella migliore delle ipotesi un lavoro di taglia e cuci alla Frankenstein, il che mi ha fatto pensare criticamente a me stesso. Mi sono trasformato in un facsimile chirurgico di una donna, ma sapevo di non esserlo. Sono diventato (e in parte, lo sono ancora) profondamente depresso».
E se tutti sono corsi ad "aiutare" il ragazzo quando diceva di sentirsi donna, fa notare Heyer, grazie al "consenso informato" la clinica ora «se ne è lavata le mani». Così come è accaduto con altri giovani a cui «è accaduto qualcosa che li ha portati a non voler essere chi sono e a tentare di diventare qualcun altro»; e quando hanno cercato aiuto per superare l'angoscia, «l'ideologia di genere, la clinica e i chirurghi hanno affermato il falso pensiero». A dire la leggerezza e la noncuranza tipiche dell'ideologia a cui interessa solo raggiungere il suo obiettivo era stata un'atra giovane: «Sydney che "è passata" (come si dice per chi si sottopone a questi interventi, ndr) a 18 anni. Ora, a 21 anni, ha recentemente raccontato la sua storia» in cui si «articola chiaramente l'assenza di consulenza prima della prescrizione del potente ormone maschile, il testosterone, e gli effetti orribili che ha avuto anche se per un breve periodo sul suo corpo femminile».
L'articolo prosegue descrivendo il mondo devastante e tremendo delle cliniche di "riassegnazione di genere", dei bambini trattati come femmine e delle bambine trattate come maschi. Spiegando, però, che anche questo disastro non è la fine se c'è chi si batte per la verità e per incontrare le fragili prede della bestia arcobaleno. Lo stesso Heyer ha vissuto quello che hanno vissuto questi ragazzi, finché la fede in Dio gli fece riabbracciare con forza la sua identità, regalandogli la pace che tanto cercava. Per questo l'uomo parla con speranza anche di Nathaniel e Sydney, che ora «stanno ravvivando la loro fede in Gesù e, come ben noto dalla mia vita di esperienza transgender, la fede in Dio porta alla restaurazione, se noi lo permettiamo».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 05/12/2019

4 - TAFIDA MIGLIORA, E IL PENSIERO VA A CHARLIE E ALFIE. MA I CASI NON SONO UGUALI: E' STATA RISPETTATA LA FEDE, MA MUSULMANA
Grazie all'ospedale italiano Gaslini, Tafida, ormai data per incurabile dai medici inglesi,sta sperimentando miglioramenti significativi.
di Emanuele Boffi - Fonte: Tempi, 10/01/2020

Il caso di Tafida, la bambina di 5 anni che secondo i medici inglesi del Royal Hospital di Londra sarebbe dovuta morire «nel suo miglior interesse» e che, invece, curata al Gaslini di Genova, ha mostrato segni di miglioramento, è macroscopico per la sua rilevanza e implicazioni.
La storia la conoscete e ieri su tutti i quotidiani italiani se ne dava conto, mischiando un (comprensibile) stato di giubilo per una vita che si riaccende e un (legittimo) orgoglio per l'ottimo lavoro svolto dai dottori dell'ospedale italiano. Poi, ovvio, non finisce qui: per la piccola il percorso di riabilitazione sarà lungo e faticoso, ma da "è meglio se muore" a "la prospettiva è mandarla a casa" c'è un bel salto.
Esistono due elementi della vicenda che sono rimasti un po' nell'ombra e che è bene evidenziare. Il primo riguarda alcune espressioni usate dai medici italiani durante la conferenza stampa; il secondo è la fede musulmana dei genitori di Tafida, che si sono battuti come leoni per farle avere assistenza.
Ha detto Paolo Petralia, direttore generale dell'Istituto, citando una frase del papa, «curare è incontrare le persone».
«Siamo felici di aver accolto Tafida all'Istituto Gaslini, esaudendo il desiderio dei suoi genitori, che hanno chiesto tempo e tutta la qualità di vita migliore possibile per la loro piccola, poiché non sempre, purtroppo, è possibile guarire, ma è sempre doveroso prendersi cura e offrire spazio di accudimento ed accoglienza ad un bambino e ai suoi genitori. Questo tempo, che viene offerto a Tafida e ai suoi famigliari, è una condizione di dignità e qualità di vita, che da sempre al Gaslini viene garantito ai bambini di tutte le condizioni».
Andrea Moscatelli, direttore del Centro di Rianimazione Neonatale e Pediatrica, ha aggiunto:
«Il nostro compito è stato da subito quello di supportare le funzioni vitali di Tafida, con l'obiettivo di renderne possibile l'accudimento a casa da parte della famiglia. Le cure intensive devono sempre essere proporzionate alla condizione clinica del paziente, in un delicato equilibrio nel quale è fondamentale garantire la dignità di vita dei bambini e la condivisione dei percorsi di cura con le famiglie»
Sia nelle parole di Petralia sia in quelle di Moscatelli si rintracciano alcuni concetti cari a questo giornale: non esiste un diritto alla guarigione, ma esiste un dovere di cura; le cure devono essere proporzionate alla condizione del paziente; tra medici, pazienti e familiari si deve instaurare un'alleanza perché tutti stanno percorrendo il medesimo cammino. Sono tre punti fondamentali che riguardano il caso di Tafida ma, più in generale, qualsiasi altro: il riferimento immediato è ad Alfie Evans e Charlie Gard, ma il discorso potrebbe essere esteso anche ai casi che hanno acceso il dibattito sull'eutanasia e il suicidio assistito.
Si può curare anche quando non si può guarire, abbiamo sempre scritto. E questo vale sia nel caso (positivo) di Tafida, ma anche quando, invece, le cose si mettono male o si complicano o si cronicizzano.
Seconda osservazione, più delicata perché potrebbe prestarsi a fraintendimenti, ma altrettanto importante. La storia di Tafida ha potuto avere una svolta grazie alla grande mobilitazione della comunità musulmana residente in Inghilterra. Quando i medici inglesi hanno espresso il loro parere mortifero, sia i genitori della piccola sia i fedeli islamici a loro più prossimi si sono ribellati. La medesima "ribellione" si era verificata nei casi sopra citati, ma, questa volta, l'atteggiamento dei giudici inglesi e dei mass media in generale è stato molto diverso. Nessuno si è sognato di bollare i due genitori come dei "fanatici pro life" o dei masochisti che volevano tenere in vita a tutti i costi la figlia. La comunità musulmana inglese, poi, a differenza ad esempio con quanto accaduto nel mondo cattolico sui casi Evans e Gard, è rimasta compatta e solidale con i genitori. Su richiesta della madre, si espresse perfino il Consiglio islamico europeo che con una fatwa ricordò che, per i musulmani come la famiglia Raqeeb, l'interruzione dei trattamenti vitali è «inammissibile» oltre che un «grave peccato».
Senza togliere nulla all'atteggiamento eroico dei genitori di Tafida va freddamente rilevato come tra casi non sovrapponibili ma simili il ruolo giocato da giudici e grande informazione sia stato molto diverso.

Fonte: Tempi, 10/01/2020

5 - LO STUDIOSO DEL GENDER AMMETTE: HO SBAGLIATO TUTTO: IL SESSO E' UNA REALTA' BIOLOGICA
La costruzione della teoria gener è in buona sostanza un'invenzione, per stessa ammissione di uno dei suoi inventori
di Roberto Vivaldelli - Fonte: Il Giornale, 05/11/2019

Non solo l'ideologia gender esiste, ma chi l'ha sponsorizzata per anni ora si pente e ammette di aver falsificato le conclusioni delle sue ricerche. Parliamo del docente canadese Christopher Dummitt, professore associato di storia presso la Trent University di Peterborough, autore di due libri: The Manly Modern: Masculinity in the Postwar Years (Vancouver 2007) e Contesting Clio's Craft: New Directions and Discussates in Canadian History (London, 2009). Il primo, in particolare, è definito "il primo grande libro sulla storia della mascolinità in Canada" e "si rivolge a studiosi e studenti di storia, studi di genere e studi culturali", nonché ai "lettori interessati alla storia e alla costruzione sociale del genere". Il "genere" inteso dunque come una costruzione sociale e culturale, in una visione dei sessi in cui nulla è determinato: anche il corpo e la biologia sarebbero sottoposti all'agire umano, secondo una prospettiva post-moderna e costruttivista.
Ora Dummitt, ideologo del gender e docente di fama, ammette di essersi profondamente sbagliato. In un articolo intitolato Confessioni di un costruttivista sociale pubblicato su Quillette e tradotto da Le Pointe, il professore osserva che, inizialmente, "molte persone non erano della mia opinione. Chiunque - quasi tutti - non fosse pratico delle teorie sul genere aveva difficoltà a credere che il sesso fosse un costrutto sociale, tanto era contro il buon senso. Ma oggi le mie idee sono ovunque. Nei dibattiti sui diritti dei transessuali e sulla politica da adottare in merito ai trans nello sport". Per molti attivisti, sottolinea, "dire che il sesso è una realtà biologica equivale a hate speech" e gli ultra-progressisti "accusano chiunque lo affermi di negare l'identità delle persone transessuali e ciò equivale a voler causare danni a un altro essere umano. A tal proposito, il cambiamento culturale è stato stupefacente".
Piccolo problema: lo studioso del gender ammette di essersi sbagliato e di aver, in buona parte, essersi inventato tutto dalla A alla Z. È lo stesso professore canadese a illustrare la fallacia delle sue argomentazioni sugli studi di genere. "Innanzitutto - afferma - ho sottolineato come storico che il genere non è stato sempre e ovunque definito allo stesso modo. Come ho scritto in The Manly Modern, il genere è una raccolta di concetti e relazioni storicamente mutevoli che danno senso alle differenze tra uomini e donne". Secondo aspetto: il potere, quello che, secondo gli studi di Dummitt, era alla base di tutto. "Pertanto - prosegue - se qualcuno negava che il sesso e il genere fossero variabili, se insinuava che c'era qualcosa di intramontabile o biologico nel sesso e nel gender, allora stava effettivamente cercando di giustificare il potere. E quindi legittimare le oppressioni".
Nell'articolo-confessione pubblicato su Quillette, Dummitt ammette: "La mia ricerca non ha dimostrato nulla, in un modo o nell'altro. Supponevo che il genere fosse un costrutto sociale e ricamavo tutte le mie 'argomentazioni' su quella base". Le uniche critiche che il professore ha ricevuto, racconta lui stesso, cercavano di rafforzare ulteriormente il paradigma gender o di lottare per altre identità o contro altre forme di oppressione. In buona sostanza, in questa prospettiva costruttivista c'era (e c'è, ancora oggi), molta ideologia e pochissima scienza. Studi che si sono perfettamente sposati con il politically correct e con la politicità dell'identità imperante nelle università liberal canadesi e americane. Le conseguenze devastanti di questa deriva le spiega lo stesso professore: "Il mio ragionamento rozzo e altre opere accademiche che sfruttano lo stesso pensiero errato sono ora ripresi da attivisti e governi per imporre un nuovo codice di condotta morale".

Fonte: Il Giornale, 05/11/2019

6 - UNA GENERAZIONE DI ORFANI
La maggior parte dei genitori, distratti dal lavoro, lasciano i figli in balia di se stessi, della scuola, del cellulare, dei coetanei, ecc.
di Luciano Leone - Fonte: Notizie Provita & Famiglia, n. 79 (novembre 2019)
Fonte: Notizie Provita & Famiglia, n. 79 (novembre 2019)

7 - IL BONUS PER IL LATTE ARTIFICIALE E' SCANDALOSO
Niente è meglio dell'allattamento al seno, ma il governo, per favorire le multinazionali, inventa il bonus per il latte in polvere e così va contro la natura (lo ammettono pure Organizzazione Mondiale per la Salute e UNICEF)
di Luca Volontè - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 16/12/2019
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 16/12/2019

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