Amici del Timone n°82 del 30 ottobre 2018

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1 NON SI PUO' FARE UN MANIFESTO CONTRO UN REATO?
La decisione di rimuovere i manifesti di Provita è assurda: come se fosse vietato scrivere contro il furto
di Caterina Giojelli - Fonte: Tempi
2 PAPA FRANCESCO: ''ABORTIRE E' COME ASSOLDARE UN KILLER''
Si può parlare in modo duro contro l'aborto, ma poi elogiare Emma Bonino?
di Stefano Fontana - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
3 I DUE MOTIVI CHE FANNO ARRABBIARE LA SINISTRA PER VERONA COME CITTA' A FAVORE DELLA VITA
La mozione del Consiglio comunale impegna il Comune a promuovere il programma ''Culla segreta'' e a stanziare fondi di bilancio per progetto Gemma e progetto Chiara
di Rodolfo Casadei - Fonte: Tempi
4 PER MACRON UNA MAMMA CON TANTI FIGLI E' SENZ'ALTRO IGNORANTE E MALE ISTRUITA
Le risposta delle mamme laureate e con famiglie numerose: inviate centinaia di cartoline (#postcardsforMacron) al ridicolo presidente francese
di Ermes Dovico - Fonte: Sito del Timone
5 LA RAGGI CENSURA IL NUOVO MANIFESTO PROVITA
Oltre alla sindachessa di Roma, contro il manifesto ''Due uomini non fanno una madre'' si schierano Miguel Bosè, Ricky Martin, Monica Cirinnà, L'Espresso, ecc.
di Marcello Veneziani - Fonte: Il Tempo
6 NASCERE MALATI E' UN'OFFESA PER I GENITORI? UN DANNO DA CUI ESSERE RIMBORSATI?
La vita è ormai una merce come un'altra: anche per i figli vale l'opzione soddisfatti o rimborsati
di Tommaso Scandroglio - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
7 L'ABORTO E' UN OMICIDIO: E SI SCATENA LA RABBIA CONTRO IL PRESIDENTE DEI GINECOLOGI FRANCESI
Ma non si può negare la verità della scienza e del nostro essere: il feto è un bambino, anzi è un figlio.
di Leone Grotti - Fonte: Tempi
8 DIETRO AL MIRACOLO DI PAOLO VI UNA LEZIONE PER IL NOSTRO MONDO
L'aborto non è mai la soluzione: questo dice il Pontefice beato con il suo intervento straordinario
di Benedetta Frigerio - Fonte: Libertà e Persona
9 LA PROSTITUZIONE: NON ESISTE NORMALITA' NE' AUTODETERMINAZIONE
E' una bugia femminista quella della donna che sceglie liberamente
di Carlo Bellieni - Fonte: il sussidiario.net

1 - NON SI PUO' FARE UN MANIFESTO CONTRO UN REATO?
La decisione di rimuovere i manifesti di Provita è assurda: come se fosse vietato scrivere contro il furto
di Caterina Giojelli - Fonte: Tempi, 24/10/2018

Alla fine i manifesti di ProVita e Generazione Famiglia (guai a chiamarli "contro l'utero in affitto") sono stati rimossi: secondo l'Istituto dell'Autodisciplina Pubblicitaria (Iap) il contenuto della campagna è lesivo del rispetto delle libertà individuali e dei diritti civili. Badate bene: il contenuto della campagna contro l'utero in affitto, non la pratica dell'utero in affitto che – ricordiamolo ai suprematisti delle libertà e dei diritti civili – è un reato. In altre parole abbiamo appena scoperto che condannare un reato viola la legge, quello che non abbiamo invece ancora capito è di quale contenuto stia parlando lo Iap quando recapita alla società che gestisce gli impianti su cui sono stati affissi i manifesti la seguente diffida: «A seguito di segnalazioni relative a una campagna pubblicitaria omofoba e lesiva della libertà personale attualmente presente nel territorio capitolino, già oggetto di Memoria di Giunta approvata in data 18/10/2018, è stato appurato che codesta società sta concedendo spazio sui propri impianti ad una campagna con il seguente messaggio: "Due uomini non fanno una madre" promossa dalle associazioni Pro Vita e Generazione Famiglia. Tal messaggio è in violazione al comma 2 dell'art. 12 bis del Regolamento sulla pubblicità di cui alla Deliberazione A.C. n.50/2014 che cita: "È vietata l'esposizione pubblicitaria il cui contenuto sia lesivo del rispetto delle libertà individuali, dei diritti civili…"».
MULTA FINO A 100 MILA EURO
Pertanto la società, ammonisce la lettera siglata dal dipartimento dello Sviluppo economico e Attività produttive, è diffidata a «rimuovere con immediatezza i manifesti relativi a tale campagna». Non solo, in seguito all'ordine di rimozione è arrivata anche la sanzione: da 400 a 2.000 euro a manifesto, che per cinquanta manifesti affissi a Roma significa una multa fino a 100.000 euro di importo. Ora i promotori della campagna impugneranno al Tar il provvedimento (lo stesso che aveva colpito la società di affissioni per i manifesti sull'aborto, allora la sanzione fu di soli 400 euro).
PER AVER DETTO COSA?
Centomila euro per aver detto cosa? Che "Due uomini non fanno una madre". Per aver rappresentato il concetto attraverso l'immagine di un genitore 1 e genitore 2 (nel pieno rispetto della neolingua degli alfieri dei diritti e delle libertà individuali) e un bimbo che piange nel carrello di un supermercato (nel pieno rispetto di quella società per cui la discendenza non è più costruita secondo la generazione naturale, bensì attraverso cataloghi, firme dal notaio, contenitori sanitari).
OPERAZIONE CENSURA
Scorre un fiume di ipocrisia attorno a questo provvedimento e a questo mediocre dibattito, che elude la vera questione in gioco: l'utero in affitto. Non interessa a Chiara Appendino, la prima ad annunciare battaglia contro i manifesti a reti unite sui social spiegando che non fermerà le trascrizioni degli atti di nascita dei figli di due padri o due madri, e poi a non fare proprio nulla per fermare i camioncini, visto che le vele di Pro Vita e Generazione Famiglia hanno girato indisturbate per la città di Torino per un'intera settimana, così come a Milano. Non interessa a Virginia Raggi, che ha richiesto agli uffici competenti a rimozione della campagna "choc" dichiarando che «la strumentalizzazione di un bambino e di una coppia omosessuale nell'immagine del manifesto offendono tutti i cittadini». Non interessa, anzi, interessa moltissimo al presidente del circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, che su Mucca Radio si è intestato trionfante l'operazione censura: «Abbiamo sentito Famiglie Arcobaleno e abbiamo iniziato a fare quello che sappiamo fare meglio, cioè dare fastidio alla politica: abbiamo preso telefono per telefono di ogni consigliere comunale di maggioranza e opposizione, e vi garantisco che li abbiamo tartassati, siamo riusciti a parlare direttamente con l'ufficio della sindaca e dopo 24 ore di pressing siamo riusciti ad avere il comunicato della sindaca con cui si impegnava a toglierli».
AL SUPERMERCATO DEI BAMBINI
Come se il ruolo materno fosse una colossale palla inventata dai quei reazionari di Pro Vita e Generazione Famiglia. Come se fosse in discussione il rispetto dei diritti e non la pretesa di ottenerli al prezzo di quelli di un bambino. Come se il dissenso nei confronti della maternità surrogata fosse da esprimere in via clandestina, da coltivare ciascuno nelle proprie case e chiese. Come se la morale di tutta questa vicenda non fosse una sola: chi disprezza compra. Al supermercato dei bambini.

Fonte: Tempi, 24/10/2018

2 - PAPA FRANCESCO: ''ABORTIRE E' COME ASSOLDARE UN KILLER''
Si può parlare in modo duro contro l'aborto, ma poi elogiare Emma Bonino?
di Stefano Fontana - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 11/10/2018
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 11/10/2018

3 - I DUE MOTIVI CHE FANNO ARRABBIARE LA SINISTRA PER VERONA COME CITTA' A FAVORE DELLA VITA
La mozione del Consiglio comunale impegna il Comune a promuovere il programma ''Culla segreta'' e a stanziare fondi di bilancio per progetto Gemma e progetto Chiara
di Rodolfo Casadei - Fonte: Tempi, 07/10/2018
Fonte: Tempi, 07/10/2018

4 - PER MACRON UNA MAMMA CON TANTI FIGLI E' SENZ'ALTRO IGNORANTE E MALE ISTRUITA
Le risposta delle mamme laureate e con famiglie numerose: inviate centinaia di cartoline (#postcardsforMacron) al ridicolo presidente francese
di Ermes Dovico - Fonte: Sito del Timone, 19/10/2018
Fonte: Sito del Timone, 19/10/2018

5 - LA RAGGI CENSURA IL NUOVO MANIFESTO PROVITA
Oltre alla sindachessa di Roma, contro il manifesto ''Due uomini non fanno una madre'' si schierano Miguel Bosè, Ricky Martin, Monica Cirinnà, L'Espresso, ecc.
di Marcello Veneziani - Fonte: Il Tempo, 19/10/2018
Fonte: Il Tempo, 19/10/2018

6 - NASCERE MALATI E' UN'OFFESA PER I GENITORI? UN DANNO DA CUI ESSERE RIMBORSATI?
La vita è ormai una merce come un'altra: anche per i figli vale l'opzione soddisfatti o rimborsati
di Tommaso Scandroglio - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 04/07/2018

Il tribunale condanna una Aulss a risarcire una mamma il cui figlio è nato con sindrome di Down. I fatti sono questi. Nel 2000 una donna è in dolce attesa. L'Aulss 4 del Veneto Orientale e l'allora primario di ostetricia e ginecologia di Portogruaro (Venezia) la sottopongono a diversi esami, ma non ad amniocentesi e villocentesi (anche perché pericolosi per il feto). Viene al mondo un bel bambino, anche se affetto dalla sindrome di Down. Passano gli anni e nel 2012 la mamma decide di far causa all'Aulss e al primario: se fosse stata informata che c'era la possibilità di eseguire quegli esami, li avrebbe fatti e, scoperto che il figlio era Down, avrebbe di certo abortito. "Il medico non aveva sottoposto la donna allo screening e a nessun esame di diagnosi prenatale - fa sapere lo studio legale della donna - la gestante infatti avrebbe dovuto essere informata della possibilità di sottoporsi a uno degli esami di indagine prenatale invasiva, come amniocentesi e villocentesi, con i relativi rischi ma anche con i vantaggi di una diagnosi certa".
Il Tribunale civile di Pordenone, forte di precedenti giurisprudenziali che trattavano casi analoghi, ordina il pagamento a favore della donna di 500mila euro. Trattasi di danno patrimoniale da nascita indesiderata del figlio causata dall'errore medico. Così il giudice Francesco Tonon ha motivato la sentenza: "La fattispecie costituisce un caso paradigmatico di lesione di un diritto della persona, di rilievo costituzionale, che indipendentemente da un danno morale o biologico impone comunque al danneggiato di condurre giorno per giorno, nelle occasioni più minute come in quelle più importanti, una vita diversa e peggiore di quella che avrebbe altrimenti condotto". Quindi il mezzo milione di euro non va a riparare un danno morale – la sofferenza di crescere un figlio Down – né fisico – eventuali disturbi fisici provocati dal disagio psicologico – bensì un danno esistenziale: la donna avrebbe potuto condurre una vita più felice di quella che è invece stata costretta a condurre a causa di questo errore.
Alcune considerazioni. In primis, a dar retta alla sentenza si deve concludere che nascere con alcune imperfezioni può essere un errore. La dignità della persona dipende da due fattori: dalla maggior o minor perfettibilità fisica o funzionale e dal fatto che questo criterio sia considerato dai genitori rilevante per attribuire al nascituro la qualifica di "figlio". Questi ha diritto a venire al mondo solo se accettato, altrimenti è un errore farlo nascere. In secondo luogo la sentenza assomiglia molto a quelle che risarciscono un imprenditore per lucro cessante. Ad esempio Tizio danneggia il taxi di Caio e Tizio deve risarcire a Caio anche i mancati introiti non percepiti da questi mentre l'auto era in riparazione. Parimenti il figlio Down ha impedito che la vita della donna potesse produrre negli anni più felicità di quella che la donna ha realmente sperimentato, dunque deve essere risarcita. Oppure la sentenza potrebbe essere assimilata a quelle che concedono il risarcimento per ingiusta detenzione: essere stati ammanettati per anni ad un figlio non certo bello come i bambini nelle pubblicità è sicuramente un'ingiustizia.
Terza riflessione: il figlio non va amato comunque, ma solo se concorre al benessere dei genitori. Ogni scarrafone è bello a mamma soja, è un modo di dire antiquato. Se il figlio si rivela essere un pessimo investimento in quanto a wellness si può chiedere di essere risarciti. Ovviamente non si comprende il motivo per cui questa logica così limpidamente espressa dal giudice non possa essere applicata a tutte le relazioni genitori-figli. L'educazione dei figli, nella prospettiva egoistica così ben indicata dal tribunale, è sempre un pessimo affare, perché sempre ti peggiora la vita. I figli, giorno dopo giorno come ha scritto il giudice, ti danno preoccupazioni e ansie, ti deludono, ti fanno spendere soldi, ti fanno arrabbiare, ti rubano tempo, non ti rispettano e poi sono ingrati, vogliono sempre far di testa loro, sempre pronti a criticare, ma mai a fare autocritica. Ad un certo punto ti guardi attorno e lanci un grido muto contro il mondo: "Non era la vita che avevo pensato di vivere!". Tranquilli. D'ora in poi basterà portare i figli in procura e, se non possono sostituirteli con altri ben funzionanti, almeno avrete la garanzia di un risarcimento. Soddisfatti o rimborsati. Il figlio come un titolo d'investimento a lunga durata con la tutela aggiuntiva che se si scopre essere un titolo avvelenato i giudici ti coprono il danno.
In quarto luogo la tesi della madre e dei giudici vede il ruolo dei genitori esenti da obblighi. Il duro e ingrato lavoro di genitore non è un onere morale di diritto naturale connesso al ruolo genitoriale, ma un vulnus da risarcire. Invece è un obbligo morale educare: quindi è doveroso soffrire per i figli e, per chi ama, è anche una straordinaria occasione per realizzarsi. Chiede il risarcimento perché il figlio è Down solo chi intende la vita da genitore come una vacanza. E se il tour operator, alias i medici, te la rovinano perché non ti avevano avvisato che la stanza dell'albergo non aveva l'aria condizionata, allora li trascini in giudizio per risarcirti i danni da vacanza rovinata. Venire meno all'obbligo educativo questo sì potrebbe essere fonte di reclamo da parte dei figli. Farebbe bene quindi il figlio Down, per tramite di un rappresentate legale, a chiedere il risarcimento per "genitore mancato o inadempiente".
Infine questa sentenza disegna perfettamente un ponte la cui arcata congiunge due rive opposte separate dal fiume melmoso dell'omicidio dei bambini. La prima sponda è quella dell'aborto. Se è legittimo uccidere il figlio Down a maggior ragione sarà legittimo chiedere almeno il risarcimento se questi è ormai nato. Se si può abortire perché il figlio danneggia la salute psicofisica della donna, a fortiori si potrà chiedere soddisfazione per il danno ormai subito. La seconda sponda è quella dell'eutanasia. Nella recente legge sulle Dat i minori possono essere uccisi per volontà dei genitori, perché costoro, così si legge nel comma 2 dell'art. 3, devono sì tutelare la vita del figlio ma "nel pieno rispetto della sua dignità".
Se le vite dei figli sono intaccate da patologie gravi o disabilità o dalla sofferenza, in base al criterio qualitativo, queste esistenze hanno perso dignità e quindi continuare a far vivere questi soggetti sarebbe una scelta contraria alla loro dignità perché mirerebbe a perpetuare una condizione di vita indegna. I casi Charlie Gard, Isaiah Haastrup ed Alfie Evans sono l'applicazione concreta di questo principio che al di là della Manica è stato cristallizzato dai giudici e che qui nel Bel Paese è invece impresso in una legge del Parlamento. Dunque la legge sulle Dat permette la soppressione di minori e incapaci nel loro migliore interesse.
La legge sull'aborto e la sentenza di Pordenone invece permettono rispettivamente di abortire e di chiedere il risarcimento per nascita non voluta a tutela del miglior interesse della donna. A breve quindi si permetterà di sopprimere il figlio non solo perché non è più nel suo best interest continuare a vivere, ma anche perché non lo è nei confronti dei genitori. Se è permesso uccidere il figlio nel grembo della madre perché intacca la sua serenità, perché non potrebbe essere consentito anche fuori di esso?
I ricercatori Giubilini e Minerva nel loro famigerato articolo sull'aborto post-nascita si facevano proprio questa domanda (e vi avevano pure dato risposta affermativa). Dunque la sentenza del giudice da una parte porta a conclusione alcune premesse presenti nella legge 194: se il figlio può essere inteso come un danno, tale giudizio può essere esteso anche alla fase dopo la nascita. Su altro versante questa sentenza è a sua volta premessa per l'applicazione estensiva della legge sull'eutanasia vigente nel nostro Paese: sopprimere il figlio non solo quando la sua vita non è più utile a se stesso, ma anche quando è inutile oppure dannosa per chi gli sta accanto. Oggi si chiede il risarcimento, domani si chiederà la morte se il figlio diventerà un peso. Infatti se la vita del bambino continua a produrre effetti negativi perché continuare a farlo vivere? Siamo ancora in tempo per sopprimerlo. E così il cerchio si chiude, perché l'aborto e l'eutanasia sono solo due nomi differenti per indicare la medesima specie morale di un atto chiamata assassinio.
Infine un pensiero per questo bambino Down la cui esistenza agli occhi di sua madre è solo un danno, un castigo, uno sgorbio ripetuto su moltissime pagine del diario della madre, pagine che volevano rimanere immacolate, una perdita finanziaria nel foglio excel della mamma in cui segna le entrate e le uscite. Un segno meno da cancellare. La sua vita dunque vale meno di zero (vita inutile), perché brucia risorse, chiede attenzioni in più, chiama al sacrificio, impone di guadare all'esistenza al di là della fisiognomica (vita dannosa). E noi che pensavamo che tutto questo si chiamasse amore e fosse dovuto. La vita migliore che poteva vivere la mamma di questo bambino non era quella senza di lui, come sostengono i giudici, ma quella con accanto lui. Lui è l'occasione perfetta per essere felici. Alle madri vere, quando si accorgono di un difetto o di una sofferenza di un figlio, non solo non passerebbe per la testa di disfarsi del figlio o chiedere un risarcimento, ma queste madri darebbero la propria vita per lui. Chi ama non chiede, ma dà, soprattutto quando l'amato è in difetto. Quella disabilità di quel bimbo Down chiede di essere compensata amando, non percependo somme di denaro.
In breve questa mamma e i giudici è come se avessero detto a quel bambino: "Sarebbe stato meglio che tu non fossi mai nato". Guarda caso è la stessa frase usata da Gesù per ammonire quanti scandalizzano proprio i bambini.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 04/07/2018

7 - L'ABORTO E' UN OMICIDIO: E SI SCATENA LA RABBIA CONTRO IL PRESIDENTE DEI GINECOLOGI FRANCESI
Ma non si può negare la verità della scienza e del nostro essere: il feto è un bambino, anzi è un figlio.
di Leone Grotti - Fonte: Tempi, 15/09/2018

Ci vogliono gli attributi in Francia per affermare pubblicamente la verità sull'aborto. Servono gli attributi per difendere il diritto all'obiezione di coscienza in un paese dove nel 2016 sono state praticate 211.900 interruzioni di gravidanza (il doppio rispetto all'Italia). Gli attributi sono necessari soprattutto se si è un medico in uno Stato dove una donna su tre ha abortito almeno una volta. E Bertrand de Rochambeau li ha.
«IL NOSTRO COMPITO». Stiamo parlando del presidente del sindacato nazionale dei Ginecologi (Syngof), le cui parole durante un'intervista al programma televisivo Quotidien hanno fatto scalpore in Francia. L'11 settembre, rispondendo alle domande della giornalista Valentine Oberti, de Rochambeau ha spiegato di essere un obiettore di coscienza perché «ora non faccio più cose in cui non credo. Il nostro compito non è rimuovere delle vite».
«E INVECE SÌ, MADAME». La giornalista, scandalizzata, ha ribattuto che «un nascituro non è una vita in senso giuridico. Fare un aborto non è un omicidio». Secca la risposta del medico: «E invece sì, Madame». Oberti l'ha incalzato spiegando che «è falso, per il codice penale non è così. Tutte le donne, e io sono una di loro, non ritengono quando hanno un embrione nel ventre di ospitare una vita». «Beh», replica il ginecologo, «questa è la sua opinione. Io, in quanto medico, non sono obbligato a pensarla come lei. E la legge protegge questa mia posizione. E anche la mia coscienza».
RABBIA FEMMINISTA. Il sorriso di de Rochambeau, mentre esponeva con calma e semplicità quella che tutti in Francia sanno essere la verità, anche se non la vogliono riconoscere, ha fatto imbestialire i giornali e le femministe. Soprattutto nel governo. Il ministro della Salute, Agnès Buzyn, e il segretario di Stato per l'uguaglianza tra uomini e donne, Marlène Schiappa, hanno subito emesso un comunicato di fuoco scritto a quattro mani: «Condanniamo fermamente le parole del presidente di Syngof e siamo determinate a proteggere dovunque il diritto all'aborto. Ogni donna deve poterlo esercitare liberamente».
OBIEZIONE DI COSCIENZA. Peccato che il presidente del sindacato nazionale dei Ginecologi non abbia mai detto di volere impedire a qualcuno di abortire, ha solo spiegato perché è diventato un obiettore di coscienza. L'obiezione, oltretutto, è un diritto garantito in Francia dall'articolo 2212-8 del codice della sanità pubblica, laddove si precisa che «un medico non è mai tenuto a praticare un'interruzione di gravidanza», così come «ostetriche, infermieri e ausiliari medici non sono tenuti a concorrere a questo atto medico».
LA PAROLA PROIBITA. Di che cosa si lamentano allora le ministre? Non si sa, anche perché nello stesso comunicato sono costrette ad ammettere che «i medici hanno effettivamente il diritto di rifiutarsi di praticare un'interruzione di gravidanza». A dare fastidio ovviamente non è la disquisizione sulla legge, forse neanche che esista ancora il diritto all'obiezione di coscienza, ma il discorso morale: che Bertrand de Rochambeau osi chiamare l'aborto «omicidio», anche se la legge lo consente, è per le femministe francesi insopportabile. Ed è tanto più inaccettabile quanto più sono perfettamente consapevoli che il ginecologo ha ragione.
CAMPAGNA DI PREVENZIONE. Ne è prova il fatto che il ministero della Salute, ironia del caso, ha appena lanciato una campagna per consigliare alle donne di non bere alcol in gravidanza. Motivazione? Può far male al bambino. Inutile sottolineare che un bicchiere di vino non può fare più danni di un aborto ma nella logica del governo francese nel primo caso si tratta di un bambino, nel secondo di un feto, che per legge non è vita. Se il coraggioso intervento del presidente del Syngof ha fatto infuriare tanto le femministe, è perché ha scoperchiato l'ipocrisia che si cela dietro alla legge Veil e al dibattito sul diritto di abortire. Bertrand de Rochambeau è come il bimbo della fiaba di Andersen, ha gridato «il re è nudo». Ma per esporsi così ci vogliono gli attributi.

Fonte: Tempi, 15/09/2018

8 - DIETRO AL MIRACOLO DI PAOLO VI UNA LEZIONE PER IL NOSTRO MONDO
L'aborto non è mai la soluzione: questo dice il Pontefice beato con il suo intervento straordinario
di Benedetta Frigerio - Fonte: Libertà e Persona, 18/09/2018

Tutto comincia in una casa dove la fede è tiepida e la mentalità mondana: il secondo figlio sì, ma solo se è sano. Vanna, incinta, dopo un incontro che si rivelerà provvidenziale decide per la villocentesi causando la rottura delle membrane. La vicenda, che il libro riesce a far rivivere, si svolge su due linee pedagogiche, una micro, l'incremento della fede del singolo, e una macro, la conversione della Chiesa.
Non è facile descrivere una storia di morte e resurrezione, di peccato profondo e misericordia, soprattutto quando i protagonisti sono una mamma, inizialmente incapace di abbracciare senza condizioni, e sua figlia, la cui vita viene messa a repentaglio proprio da chi l'ha generata. Ma è dal peccato più grave, seguito dal pentimento, che Dio può trarre qualcosa di ancor più meraviglioso per mostrare al mondo la sua gloria. Non è facile appunto, ma il collega Andrea Zambrano, non solo ci è riuscito ma è stato capace di riportare la storia del miracolo che ha condotto alla beatificazione di Paolo VI con un'immedesimazione ed un ritmo narrativo da portare il lettore a rivivere la vicenda, costringendolo a volte a dover sospendere la lettura per riprendere fiato. Ma "Una culla per Amanda: il miracolo di Paolo VI" (edizioni Ares, pp.157, 13 euro) non è solo la storia di un miracolo e di una canonizzazione, bensì di un segno enorme dall'Alto, che attraverso numerosi interventi e coincidenze divini, vuole parlare chiaramente a tutta la Chiesa. Dandole come un monito, un messaggio.
Perciò la vicenda si svolge secondo due linee pedagogiche, una micro, il rafforzamento della fede e della speranza del singolo e la sua conversione, e una macro, la conversione della Chiesa e del mondo. Tutto comincia proprio in una casa dove la fede la si conosce ormai solo per tradizione, nulla di più, e dove la mentalità rispetto alla vita è quella mondana: il secondo figlio sì, ma solo se è sano, mentre l'accoglienza dell'handicappato è scambiata per egoismo e l'aborto è quindi una possibilità. Vanna e Alberto sono una coppia veneta con un figlio, che dopo un incontro che si rivelerà solo alla fine provvidenziale prendono in considerazione la villocentesi, nonostante la tecnica di screening prenatale metta in conto il rischio di aborto. Dopo l'esame invasivo Vanna, che è appena alla 13esima settimana, comincia a perdere liquido amniotico necessario allo sviluppo del bimbo in grembo. Solo lì la donna si accorge della sua scelta: «Che cosa ho fatto? Che cosa ho fatto?» si chiederà.
Le pagine che descrivono il travaglio interiore della famiglia, sono impressionanti. Il rimorso la imprigiona, ma il suggerimento dei medici è quello di commettere un atto ancora peggiore: abortire perché la bimba non nascerà viva e se mai lo farà morirà più tardi o rimarrà irrimediabilmente lesa. Vanna che non ha mai creduto a quello che non vede e non tocca, e che è solita controllare tutto in maniera razionalista, comincia a sentire parlare di preghiera da conoscenti, amiche e parenti. Il dolore e il fatto che non esiste più nulla di umanamente possibile la porteranno quindi a implorare con il marito, su suggerimento di un medico, Paolo Martinelli, l'intervento di Paolo VI.
Così la coppia, pur non conoscendo il pontefice già beato, comincerà a convertirsi (nel senso vero del termine, a cambiare mentalità, a poggiare tutto su Dio), sebbene l'idea dell'aborto attanagli ancora la mente della donna, che questa volta viene fermata dalla forza del marito. Di qui comincia un percorso fra medici e specialisti che nel loro parlare diranno ciascuno, senza saperlo, qualcosa di profondamente profetico, che alla fine della vicenda si realizzerà componendo un'opera miracolosa fatta di mille ingranaggi che, solo una vota composto il puzzle, acquistano il loro senso. Intanto, più Vanna prega, più la gravidanza procede inspiegabilmente fino a quando la legge non permette più l'omicidio del figlio in grembo, il che le fa tirare un sospiro di sollievo. Come a ricordare che la legge ha una potenza e un'importanza pedagogica e psicologica enorme.
I coniugi Tagliaferro, pur sapendo ben poco di Paolo VI, davanti alla sua statua, per la prima volta in vita loro si inginocchieranno insieme parlandogli come due bambini. Vale la pena citare le parole di Vanna, per comprendere la potenza che può avere la preghiera del cuore, quella dei semplici e per capire che in Cielo c'è più gioia per un peccatore pentito che per novantanove giusti: «Sì, lo so, ho sbagliato, sono tremendamente pentita di quello che ho fatto…ma adesso so che siete voi in Cielo gli unici che mi potete aiutare». Il finale si conosce, trattandosi di un miracolo, ma vale la pena leggere il volume per comprendere la straordinarietà della vita di una bimba, Amanda, che i medici e la scienza non si sanno spiegare e che a Natale compirà quattro anni.
Restano però da aggiungere nello svolgimento dei fatti quei dettagli che la Chiesa di oggi non può non guardare. Non può, infatti, essere un caso che il riconoscimento dell'avvenuto miracolo, a conferma della santità del papa della tanto contestata enciclica Humanae Vitae (in difesa della vita, contraria alla contraccezione, all'aborto, alla sessualità slegata dalla procreazione), sia avvenuta proprio nel 2018 per cui il 14 ottobre prossimo sarà canonizzato. E non può essere una coincidenza nemmeno il fatto che il papa strumentalizzato per quanto riguarda il Concilio Vaticano II e attaccato per quanto riguarda l'enciclica citata, abbia compiuto due miracoli (per la beatificazione e la canonizzazione) su due bambini in grembo la cui vita era a repentaglio.
Si sa che Dio dà i Santi alla Sua Chiesa proprio nei momenti in cui ne ha più bisogno e la tempistica del cielo è stata perfetta. Dato che proprio quest'anno, come cinquant'anni fa, quando fu pubblicata l'Humanae Vitae, sono rincominciate le polemiche interne alle Chiesa da parte di chi vuole rimettere in discussione l'enciclica dell'ormai santo. «Sono certo che il cielo è venuto a dirci con questo miracolo che ciò che Paolo VI ha scritto con l'Humanae Vitae abbia una validità perenne», ha dichiarato Paolo Santiago Zambruno, consultore della Congregazione per le Cause dei Santi. E ora ne è convinta anche Vanna che, pur provenendo da un background mondano, dopo aver letto l'enciclica ha affermato: «Concordo con ogni suo concetto», aggiungendo che chi si sottopone a tali diagnosi prenatali mette sempre «in conto l'aborto. Non ci sono scorciatoie o giustificazioni di nessun tipo». Una vicenda dalle implicazioni enormi quindi, ma passata, conclude Zambrano, «attraverso un corpicino indifeso e fortemente compromesso». Eppure segno di grande contraddizione e oggetto di odio satanico. Oggi come duemila anni fa.

Fonte: Libertà e Persona, 18/09/2018

9 - LA PROSTITUZIONE: NON ESISTE NORMALITA' NE' AUTODETERMINAZIONE
E' una bugia femminista quella della donna che sceglie liberamente
di Carlo Bellieni - Fonte: il sussidiario.net, 25/10/2018

E' un piccolo caso editoriale il libro Stupro a Pagamento di Rachel Moran (Round Norman editrice, 2018). Libro densissimo, commovente, consigliatomi via internet da un'amica femminista, la cui recente presentazione a Rimini è stata a cura dell'associazione Papa Giovanni XXIII, che da sempre si batte per togliere le ragazze, in specie straniere, dalla strada; e che toglie il velo al mondo della prostituzione, velo patinato di "libera scelta", di "escort patinate e sofisticate". Nulla di più falso: la prostituzione è terribile per una donna. L'autrice, prostituta dai 15 ai 22 anni e poi diventata giornalista, narra la sua vicenda senza mezzi termini: "Quando un uomo ha preso un accordo per un rapporto sessuale e il prezzo che è disposto a pagare, molto spesso, piuttosto che no, non sarà soddisfatto di stare nei limiti fissati dallo scambio sesso-denaro. Questo comporterà che lui…" (qui l'autrice fa un'accurata descrizione di cose che al popolo comune sono perversamente immaginabili ma appaiono evidentemente realistiche). "In queste situazioni senti una nausea profonda e l'abilità nella prostituzione è la capacità di controllare il riflesso del vomito".
Ma anche per le escort non è un quadro da pretty woman. "Nella prostituzione di strada c'è una possibilità minima di poter scegliere. Ma alla fine c'è la possibilità di valutare l'atteggiamento di un cliente e le implicazioni che ne derivano per noi. Non è così nei centri massaggi o per le escort. Se si lavora in proprio, non si può valutare adeguatamente un uomo attraverso il filo del telefono". Insomma, nella prostituzione a qualunque livello i rapporti non sono come si vedono nei film, dove il bell'imprenditore va con rispetto dall'operatrice del sesso e magari la sposa, ma sono troppo spesso insultanti, violenti, colmi di sessualità repressa.
E la prostituzione è solo la punta dell'iceberg: "Conosco per esperienza il danno e l'umiliazione dello strip tease e della pornografia. Non sono delle industrie innocue. E, ad ogni modo, non sono industrie di tipo diverso; appartengono alla stessa e unica grande macchina della prostituzione. Un meccanismo che riduce fortemente il valore delle donne e lo fa piazzando al suo stesso vertice la mercificazione dei loro corpi".
Insomma, "Essere prostituta è umiliante abbastanza; regolamentare la prostituzione significa legittimare questa umiliazione, e assolvere coloro che la infliggono. E' un insulto straziante". Come pensare allora che la prostituzione sia una possibilità di gestire il corpo liberamente, una libera scelta, come sosteneva una parte minoritaria del mondo femminista? "Per poter normalizzare la prostituzione è necessario sanitarizzarla. La sua natura intrinsecamente dannosa deve essere a tutti i costi nascosta". Come ha risposto una ex-prostituta all'affermazione che fare la prostituta non è né meglio né peggio che girare gli hamburger al McDonalds, "Al McDonalds non sei tu la carne; nella prostituzione sei la carne". Troppo spesso arrivano al pubblico informazioni travisate sulla prostituzione, e come per tanti abusi, si crede in buona fede di risolvere i problemi legalizzando. "La gente si concentra così tanto sulle differenze tra le donne prostitute e le vittime di tratta che quello che dimenticano è che ci sono molte più analogie che differenze. Probabilmente è che alla donna vittima di tratta viene strappata la sua autonomia sessuale, quella della donna prostituta viene comprata. Entrambi i gruppi di donne hanno perso la loro autodeterminazione sessuale".
Questo libro aiuta il dibattito; fa capire che la normalizzazione e l'accettazione della prostituzione, magari fatte in buona fede, sono la strada per la banalizzazione: ne fa le spese chi è in vendita.

Fonte: il sussidiario.net, 25/10/2018

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