Amici del Timone n°77 del 01 giugno 2018

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1 VEGLIA DI PREGHIERA A SIENA
Riceviamo e volentieri diffondiamo il seguente comunicato
Fonte: Sentinelle in Piedi - SIENA
2 BENVENUTI NEL NUOVO DELIRIO EUGENETICO NAZISTA
A che serve celebrare i giorni della memoria se non siamo capaci di riconoscere le somiglianze con ciò che ci succede?
di Renzo Puccetti - Fonte: Tempi
3 LE FAKE NEWS DEGLI ABORTISTI
Il documento diffuso da ProVita Onlus (a 40 anni dall'approvazione della legge 194 sull'aborto) per comprendere le bugie sulla mortalità e la clandestinità degli aborti che spesso sono portate come scuse da chi sostiene la causa dell'aborto
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
4 L'ABORTO E' UN CRIMINE E CHI LO NEGA MENTE
Quarant'anni della 194 non rendono moralmente lecito quello che è un omicidio
di Benedetta Frigerio - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
5 MARCIA PER LA VITA: ANCORA PER DIRE DI NO ALLA CULTURA DELLA MORTE
Sempre di più i partecipanti
di Marco Guerra - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
6 ALFIE EVANS....VALE LA PENA VIVERE, ANCHE SENZA GUARIRE
In molti hanno messo in relazione le possibili cure con la scelta se uccidere o no Alfie, ma il punto è che la vita non è mai nostra proprietà: una testimonianza
di Benedetta Frigerio - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
7 LA PIU' GRANDE CAMPAGNA PROLIFE IN ITALIA
Camion-vela e manifesti in 100 Province per ricordare il fallimento della legge sull'aborto
di Toni Brandi - Fonte: Notizie ProVita
8 LA RUGBYSTA FINITA IN COMA CI HA PERMESSO DI VEDERE COME FUNZIONANO I TRAPIANTI
Per il trapianto d'organi vitali dobbiamo chiederci se fare l'espianto dopo la morte o morire a causa dell'espianto
di Alfredo de Matteo - Fonte: Corrispondenza Romana
9 PRIMA DI ALFIE IL GIUDICE HAYDEN AVEVA GIA' CONDANNATO A MORTE ALTRI BAMBINI E ANZIANI
Alfie è l'ennesima vittima del socialismo sanitario che non poteva permettere al bambino di trovare una cura migliore fuori dal proprio sistema sanitario nazionale
di Benedetta Frigerio - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
10 DIRITTO A MORIRE & DOVERE DI UCCIDERE
Tommaso Scandroglio critica la legge italiana sul testamento biologico che obbliga medici e infermieri a praticare l'eutanasia cioè, in pratica, a uccidere un innocente (VIDEO: Tommaso Scandroglio)
Fonte: Amici del Timone di Staggia Senese

1 - VEGLIA DI PREGHIERA A SIENA
Riceviamo e volentieri diffondiamo il seguente comunicato
Fonte Sentinelle in Piedi - SIENA

Carissime Sentinelle e preziosissimi sostenitori,

il Direttivo delle Sentinelle in Piedi di Siena questa volta vi chiama a raccolta non per proporre una delle nostre veglie silenziose, ma per condividere l'iniziativa di un comitato spontaneo, nato come reazione al Toscana Pride.

Il Comitato, promotore di una veglia di preghiera che si terrà a Siena sabato prossimo 16 giugno 2018 alle ore 21.00 presso la Chiesa di San Cristoforo, intende condividere con tutto il popolo cattolico senese un momento di preghiera mariana e Adorazione Eucaristica per chiedere perdono a Dio e implorare l'intercessione di Maria affinché tutti i cuori si convertano e scelgano la via della Verità, che è Gesù Cristo.

Se conferenze, dibattiti pubblici e veglie silenziose servono a risvegliare le coscienze su una questione umana che la semplice ragione ci aiuta a vedere chiaramente come un errore ed un'ideologia pericolosa, la veglia di preghiera serve a riaffermare, proprio nella città della Vergine, la Madonna del Voto Avvocata dei senesi, il completo affidamento a Lei, per la conversione di tutti i cuori, affinché le coscienze siano illuminate e non si chiami più bene il Male, e perché tutti siano consapevoli delle reali conseguenze del peccato, che è e rimane tale.

Vi preghiamo pertanto di partecipare e condividere l'iniziativa.
Grazie a tutti.

Sentinelle in Piedi - SIENA

P.S. Alla fine della veglia ci sarà un saluto di Sua Eccellenza Arcivescovo di Siena Antonio BuoncristianiAlla fine della veglia ci sarà un saluto di Sua Eccellenza Arcivescovo di Siena Antonio Buoncristiani

Fonte: Sentinelle in Piedi - SIENA

2 - BENVENUTI NEL NUOVO DELIRIO EUGENETICO NAZISTA
A che serve celebrare i giorni della memoria se non siamo capaci di riconoscere le somiglianze con ciò che ci succede?
di Renzo Puccetti - Fonte: Tempi, 04/05/2018

Il normale approccio di una modalità accademica prevede che una tesi sia argomentata, difendendola dalle critiche, oppure accettando e riconoscendo la bontà di queste. In questo articolo intendo proporre e difendere la tesi che il comportamento deciso da medici e giudici inglesi per Alfie Evans è sostenuto da un'impostazione etica sostanzialmente identica a quella che muoveva i promotori del programma eutanasico nazista, da cui si discosta solo per alcuni aspetti accidentali. Una tale tesi è stata proposta in molti slogan e rappresentazioni iconografiche nelle settimane del calvario di Alfie. Alcuni critici hanno reagito in maniera inopinata e scomposta, ma ad oggi senza mai avere avanzato il benché minimo argomento.
Nel settembre 2014 al numero 4 di Tiergartenstrasse, il civico dove aveva sede la "Fondazione di beneficenza per l'assistenza sanitaria e istituzionale" che si preoccupava di organizzare il programma eutanasico decretato dal Führer, è stato inaugurato il memoriale dedicato alle "vite immeritevoli di vita". Intervenendo alla cerimonia, il ministro tedesco della cultura Monika Grütters, disse: «Ogni vita umana è degna di vivere: è questo il messaggio lanciato da questo luogo». Se si leggono gli atti giudiziari che riguardano il piccolo Alfie Evans, ci si accorge molto facilmente che ciò che i magistrati hanno indagato in maniera puntigliosa sono due aspetti: la capacità del bambino d'interagire con l'ambiente e la possibilità di miglioramento. Una volta che i sanitari hanno dato ampia assicurazione che entrambe le condizioni non potevano realizzarsi, i giudici hanno stabilito che la morte fosse il migliore interesse del piccolo paziente, giacché, scrivono, «è, secondo il mio giudizio, inconcepibile che un ente benefico prenda in considerazione la rimozione di un trattamento a un bambino che conduce inevitabilmente alla sua morte a meno che non sia del parere che seguendo le linee guida, la sua vita è "futile"».
La vita non è però un'appendice della persona, essa è piuttosto la condizione della nostra esistenza personale; privata della vita la persona cessa di esistere e subentra il cadavere; non abbiamo una vita, ma siamo dei viventi. Dunque, in maniera consapevole o meno, con le loro parole i giudici hanno affermato che ad essere futile era non una delle tante qualità accessorie di Alfie, non un accidente, ma la sostanza di Alfie, dunque Alfie stesso. La totale mancanza di due funzioni, quella della coscienza e quella della possibilità di miglioramento, sono state determinanti perché i giudici stabilissero che Alfie era futile.
Il giudizio se interrompere i sostegni vitali non si è minimamente soffermato sulla proporzionalità dei trattamenti, ma sulla condizione del piccolo paziente. Ma questo è esattamente il medesimo approccio funzionalista adottato dai medici del programma eutanasico T4, i quali verificavano le condizioni delle persone e poi decidevano se lasciarli vivere o ucciderli. Non riesco ad attribuire alcunché di eticamente rilevante nel fatto che in Inghilterra lo si decida oggi per il migliore interesse dell'individuo che viene soppresso, mentre nella Germania nazista si agiva per il migliore interesse della nazione. La diversa funzione richiesta nei due contesti stabilisce i diversi criteri adottati. Per questo sono convinto che, sebbene le intenzioni ulteriori siano dissimili, l'oggetto morale di cui stiamo parlando sia lo stesso.
Peraltro, al netto dei proclami, è difficile separare in Inghilterra il migliore interesse dei bambini come Charlie Gard, Isaiah Haastrup e Alfie Evans e il migliore interesse della nazione in termini di risparmio economico. In un fondamentale articolo comparso sul New England Journal of Medicine il 14 luglio 1949 intitolato "Scienza medica sotto la dittatura", il dottor Leo Alexander, di origini ebraica e capo del collegio dei periti contro i medici nazisti nel processo di Norimberga, notava che in origine il medico non si rivolgeva al ripristino della funzione lavorativa, quanto ad alleviare la sofferenza del paziente. Con lo sviluppo scientifico, proseguiva, si è verificato un sottile mutamento dell'atteggiamento. I medici sono diventati pericolosamente vicini ad essere dei meri tecnici della riabilitazione. Questo atteggiamento ha portato ad operare certe distinzioni nella gestione delle malattie acute e croniche, portando il paziente con quest'ultime allo stigma di essere quello con minori probabilità di essere pienamente riabilitabile. Mancando della funzione della riabilitabilità, Alfie è stato dichiarato futile.
«È importante rendersi conto che il cuneo infinitamente piccolo che ha funzionato da leva perché questa intera linea di pensiero ricevesse impeto è stato l'atteggiamento nei confronti del malato non recuperabile», scriveva il dottor Alexander. Credo sia chiaro che una volta che il principio è stabilito, si tratta solo di decidere quali funzioni sono necessarie per non essere considerati futili. Con le attuali risorse i candidati eligibili nelle democrazie occidentali sono coloro che versano cronicamente in uno stato di profonda alterata coscienza, i pazienti in stato vegetativo e di minima coscienza. Nella Germania nazista nella lista rientravano coloro che erano assenti dal lavoro per malattia da almeno 5 anni. Al mutare futuro delle condizioni economiche e sociali, niente può assicurare che non s'intraprenda un democratico ampliamento dei futili.
In questo i giudici hanno ricevuto il sostegno non solo del reparto di cure intensive pediatriche di Liverpool, ma, al meglio delle mie conoscenze, dell'intera classe pediatrica e medica inglese. Le linee guida invocate dai medici di Alfie e a cui hanno fatto riferimento i giudici sono quelle pubblicate sul British Medical Journal nel 2015. «I migliori interessi – scrivono in quel documento – non sono confinati a considerazioni dei migliori interessi medici o clinici, ma includono altri fattori medici, sociali, emotivi e di benessere. La corte non è vincolata dalla valutazione clinica di ciò che sono i migliori interessi del paziente, e raggiungerà le proprie conclusioni sulla base di un'attenta considerazione delle evidenze che ha davanti, assicurando che il benessere del bambino sia la considerazione suprema».
Dunque per i pediatri inglesi bisogna andare oltre la clinica. Per approdare dove? Adottando un approccio utilitarista, oltre il rifiuto competente e il mancato prolungamento della vita, essi individuano tra i criteri per interrompere i sostegni vitali quei trattamenti che non migliorano la qualità di vita complessiva del paziente. Un trattamento che prolunga la vita, ma senza migliorarne la qualità, è un trattamento che si può interrompere. Ne consegue necessariamente che vivere con bassa qualità è un male che deve essere interrotto. Siamo in presenza dell'eutanasismo "umanitario" di cui si faceva voce la propaganda nazista con pellicole come Io accuso.
E quali sono i fattori da considerare per valutare la qualità della vita? I pediatri inglesi la individuano nella «natura della vita futura di quell'individuo, il valore che otterranno da essa e il rispettivo bilanciamento dei suoi pro e contro», aggiungendo subito dopo che il loro «non è un giudizio comparativo sulla qualità di vita di differenti individui, né una determinazione che alcuni individui sono di un valore e meritano più di altri». Mi pare che tale frase, posta dopo tali premesse, configuri a pieno titolo una classica excusatio non petita che non riesce a celare la sottostante filosofia funzionalista: «Comunicare, consapevolezza di chi li circonda, raggiungere obiettivi ed essere indipendente», sono i criteri che i pediatri inglesi adottano per stabilire la qualità di vita necessaria ad ottenere il mantenimento dei trattamenti. Si tratta degli stessi criteri funzionalisti a cui ricorrono i fautori dell'aborto, a riprova del fatto che non si scappa: o la dignità delle persone è ontologica, connessa alla loro natura di persone, oppure risiede in qualche attributo da stabilire secondo i criteri dell'autorità, democratica o dispotica non fa molta differenza.
Anche la modalità di comunicazione mostra analogie; negli ospedali del III Reich li "mettevano a dormire", mentre a Liverpool hanno rivendicato l'attuazione di un "protocollo palliativo". Anche i medici nazisti, dopo avere compilato false certificazioni delle cause di morte, esprimevano la parole di cordoglio ai parenti. Nonostante i pediatri inglesi insistano che le linee guida «descrivono le situazioni in cui al singolo bambino dovrebbero essere risparmiate procedure inappropriate e invasive e NON i tipi di bambini ai quali dovrebbero essere negate procedure appropriate», in realtà è esattamente questo secondo comportamento che è stato attuato, negando ad Alfie un trattamento adeguato come la ventilazione, rimuovendolo in modo del tutto inadeguato, negando la mascherina dell'ossigeno e per almeno 24 ore nutrizione e idratazione. Questo non è palliare, ma perseguire una morte che essi si attendevano subitanea, smentiti dai fatti.
Stabilito che una persona è futile ed il suo migliore interesse è morire, riguardo ai modi, i resoconti lasciano pochi dubbi sul fatto che l'iniezione letale di barbiturico impiegata dai medici nazisti fosse un modo più rapido, sicuro, efficiente e tutto sommato più compassionevole del protocollo applicato a Liverpool che di fatto non aveva contemplato cosa fare in caso di sopravvivenza di Alfie. Ciò ha consentito al padre d'inserirsi tra le maglie per attuare la palliazione della sofferenza provocata dalla rimozione dei sostegni usando i mezzi lasciatigli a disposizione.
Un ultimo aspetto meritevole di menzione è l'atteggiamento nei confronti dell'autorità. Padre Gabriele Brusco, l'unico sacerdote che davvero ha avuto cura di Alfie e dei genitori supplendo al clero inglese tutto impegnato a improfumarsi con eau de mouton, ha ricordato ai sanitari il loro diritto-dovere di obiezione di coscienza. Tra tutto il personale sanitario del reparto e quasi 100 poliziotti non se n'è trovato uno che si sia ribellato agli ordini impartiti dal potere. Era esattamente ciò che addussero a propria discolpa i gerarchi nazisti: «Ho solo eseguito gli ordini», dissero. Ma i medici olandesi non seguirono il corso dei colleghi tedeschi. Quando fu chiesto loro di dirigere il proprio sforzo alla riabilitazione lavorativa dei pazienti e rompere il segreto professionale, essi rifiutarono, riconoscendo in ciò una perversione della medicina ippocratica. Minacciati di vedersi revocare la licenza dalle autorità naziste occupanti, essi la consegnarono spontaneamente continuando a visitare in segreto. Un centinaio pagò la propria fermezza con i campi di concentramento. Questa è vera integrità.
Il dottor Alexander vedeva i segni del riaffiorare della stessa etica che condusse all'orrore nazista nella società medica del 1949. Oggi quel suo timore è realtà. Quando nel 1941 il vescovo Clemens von Galen denunciò la barbarie del programma eutanasico, Hitler fu costretto a fermarsi. Oggi un cardinale della Chiesa e tutti i vescovi inglesi hanno parlato contro la morale e contro il Papa per approvare pubblicamente un'etica che giudico analoga a quella adottata dai promotori del programma eutanasico nazista.

Fonte: Tempi, 04/05/2018

3 - LE FAKE NEWS DEGLI ABORTISTI
Il documento diffuso da ProVita Onlus (a 40 anni dall'approvazione della legge 194 sull'aborto) per comprendere le bugie sulla mortalità e la clandestinità degli aborti che spesso sono portate come scuse da chi sostiene la causa dell'aborto
Fonte La Nuova Bussola Quotidiana, 24/05/2018

In occasione dei 40 anni dalla legalizzazione dell'aborto in Italia, offriamo una risposta a due delle argomentazioni più frequenti in tema di legalizzazione dell'aborto. La legalizzazione dell'aborto, si dice:
• avrebbe portato alla riduzione del numero totale di aborti.
• avrebbe migliorato la salute materna e ridotto la mortalità materna, in quanto le donne prima ricorrevano all'aborto clandestino, più pericoloso e insicuro.

LEGALIZZAZIONE E NUMERO DI ABORTI
È falso che la legalizzazione dell'aborto riduce il numero di aborti. Questo mito è generato da:
- l'esagerazione del numero di aborti clandestini prima della legalizzazione
- dalla mancata considerazione di altri fattori che possono diminuire il numero totale di aborti chirurgici anni dopo la legalizzazione.
In realtà, la legalizzazione dell'aborto di per sé provoca l'aumento notevole e lineare del numero di aborti per un periodo di tempo lungo. Ciò del resto è totalmente logico.
Se si legalizza l'aborto:
• Si facilita "materialmente" l'accesso all'aborto
• Cadono molte barriere psicologiche, sociali e legali per ricorrere all'aborto.
• Si normalizza il fenomeno nella coscienza sociale.
Tutto ciò porta logicamente ad un aumento del numero di aborti: sia del numero di donne che decidono di ricorrere all'aborto, che del numero medio di aborti praticati per donna. Le cifre sugli aborti clandestini in Italia fornite prima della legalizzazione erano incredibilmente gonfiate. Nel 1971 il Psi presentò una proposta per l'introduzione dell'aborto legale affermando che vi erano tra i 2 e i 3 milioni di aborti annui, e che circa 20.000 donne all'anno morivano a causa di questi interventi. Nel libro Da Erode a Pilato (Marsilio, 1973), di Giuliana Beltrami e Sergio Veneziani, si sostiene che vi sono donne "che hanno abortito già dieci, venti volte", in modo clandestino e che vi siano nientemeno che "quattro aborti per ogni nascita". Tali cifre vennero riprese come attendibili da molti giornali ("Espresso", 26/4/ 1970: tra gli 800.000 e i 3 milioni di aborti clandestini l'anno; "Corriere della sera" del 10/9/'76: da 1,5 a 3 milioni di aborti clandestini l'anno).
L'unico studio serio in quegli anni fu quello dei prof. Bernardo Colombo, Franco Bonarini e Fiorenzo Rossi, demografi e statistici dell'Università di Padova, intitolato La diffusione degli aborti illegali in Italia (1977), con il quale si mostrò la totale infondatezza di tali cifre. Del resto, se l'anno successivo alla legalizzazione gli aborti ("accessibili, legali e sicuri") furono 187 mila, è realistico ritenere che gli aborti clandestini annuali precedenti – quando si presume fossero più pericolosi, meno accessibili e vietati – fossero solo una frazione di quel numero. L'esagerazione sui numeri degli aborti clandestini non riguarda solo l'Italia: gli studi epidemiologici (si veda ad esempio Koch, Aracena et alii, International Journal of Women's Health, 2012) mostrano che le cifre fornite dai media, dagli attivisti, ma anche da studi basati su questionari (secondo le metodologie – tra gli altri – del Guttmacher Institute), sugli aborti clandestini in diversi paesi del Sudamerica, sono spesso dieci, venti, e fino a trenta volte più grandi che il numero di aborti clandestini rilevabili in base alle migliori approssimazioni.
Dopo la legalizzazione dell'aborto in uno Stato, l'effetto normale è l'aumento forte e costante del numero di aborti per lungo tempo. Qualche esempio. Nel Distretto della Città del Messico si legalizzò l'aborto nel 2007. Da 4729 aborti in quell'anno si arrivò a circa 12000 nel 2008, e a più di 20200 nel 2011. Più vicina a noi, la Spagna: la legalizzazione dell'aborto avvenne nel 1985; meno di 17 mila aborti nell'87 e 115 mila nel 2008, con una crescita praticamente lineare.
Di solito si osserva una riduzione solo dopo 15 o 20 anni, quando la fertilità è diminuita di molto. Da questo punto di vista l'Italia costituisce una parziale eccezione. La legalizzazione dell'aborto ne ha comunque aumentato il numero (crescendo in modo lineare dal '78 al '82) tuttavia l'effetto è stato molto più breve del normale. Le interruzioni di gravidanza sono cresciute notevolmente già subito dopo il 1978: 68.000 aborti nel 1978; 187.752 nel 1979; 220.263 nel 1980, 224.377 nel 1981; 234.377 nel 1982. Fattori diversi – evidentemente indipendenti dalla legalizzazione, considerato quanto appena esposto – hanno contribuito alla diminuzione del numero di aborti dal 1983 in poi. Tra i tanti fattori, in Italia probabilmente l'effetto della riduzione della fertilità è stato più veloce che altrove: l'Italia è uno dei paesi con fertilità più bassa al mondo. Il periodo in cui la diminuzione della fertilità è più forte va da qualche anno prima della legalizzazione (1974) fino alla metà degli anni '80.
Si può ipotizzare che la tendenza al rialzo del numero di aborti cominciata nell'anno della legalizzazione e finita poi nel 1982 sia stata rapidamente neutralizzata dal crollo della fertilità. Tuttavia, ci sono certamente altri fattori che hanno influito non solo sul numero di aborti in senso assoluto ma anche sulla riduzione dei tassi di abortività: probabilmente una maggiore consapevolezza e conoscenza della vita prenatale, ma anche la diffusione delle varie "pillole". Le statistiche solitamente si riferiscono agli aborti chirurgici mentre non viene preso in considerazione l'effetto delle pillole anti-nidatorie e micro-abortive, la cui diffusione sempre più massiccia ha caratterizzato gli ultimi decenni. Di norma, invece, l'aumento nel numero di aborti si manifesta per molto più tempo dopo la legalizzazione. Aggiungiamo un'altra osservazione importante: la legalizzazione operata dalla 194 non ha nemmeno portato alla scomparsa degli aborti clandestini in Italia come fenomeno socialmente rilevante. Vengono stimati tutt'ora, secondo l'Istituto superiore della sanità (dati del 2012), circa 15 mila – 20 mila aborti clandestini l'anno… perciò non sappiamo neppure se o di quanto gli aborti clandestini siano diminuiti dagli anni precedenti la legalizzazione al giorno d'oggi! (Senza nemmeno considerare quindi gli aborti legali che si sono aggiunti per effetto della L 194).
Sembra di poter affermare invece che gli aborti clandestini si riducano più efficacemente non con la legalizzazione ma con i programmi di assistenza alle mamme, promossi soprattutto dalle associazioni e dalla società civile. In Cile, ad esempio, paese con una legge molto restrittiva sull'aborto, l'effettività di questi programmi di aiuto rispetto alla diminuzione dell'intenzione di aborto clandestino è dimostrata essere altissima: circa dell'86%, persino nei casi più drammatici, in cui la gravidanza è risultato di uno stupro. È la promozione di questi programmi a livello sociale quindi il miglior strumento di prevenzione per gli aborti clandestini, che potrebbero essere ridotti di oltre l'85%.

LEGALIZZAZIONE DELL'ABORTO E SALUTE MATERNA
È falso che la legalizzazione dell'aborto abbia migliorato la salute materna e ridotto la mortalità materna. Questo mito è generato da due ragionamenti semplicistici:
- tutte (o quasi) le donne che ricorrono all'aborto legale, ricorrerebbero anche all'aborto clandestino, più insicuro.
- i paesi dove l'aborto è legale (tendenzialmente occidentali e più ricchi) avrebbero una minore mortalità materna rispetto ai paesi con leggi restrittive (tendenzialmente più poveri).
Il primo ragionamento è falso, come mostrato sopra: sono molte di meno le donne disposte a ricorrere all'aborto illegale, e quelle che ricorrono all'aborto legale, per effetto della legalizzazione, sono via via più numerose negli anni successivi alla legalizzazione, se altri fattori non entrano in gioco per invertire la tendenza. Il secondo ragionamento effettua un paragone errato tra paesi che hanno situazioni sociali molto diverse. In realtà la mortalità materna dipende ampiamente da altri fattori, come il livello di assistenza medica generale e la sua diffusione sul territorio, il livello di istruzione, il livello di povertà, l'accesso all'acqua potabile e così via. A parità di queste condizioni, la legalizzazione dell'aborto non apporta nessun miglioramento della mortalità materna.
Sono stati realizzati due c.d. "esperimenti naturali" sul rapporto tra la legalizzazione dell'aborto e la mortalità materna. Sono i primi studi che hanno valutato l'effetto di un cambiamento di legislazione in tema di aborto su un lungo periodo di tempo, controllando molteplici fattori concorrenti. Il primo è uno studio pubblicato sulla rivista americana PlosOne (2012) sulla situazione in Cile, paese dove vige un sostanziale divieto di aborto dal 1989. In Cile vi è stata una diminuzione del 94% della mortalità materna dal 1957 al 2007, e nel 2008 il Cile era il secondo (migliore) paese per livello di salute materna nel continente americano. Dopo la proibizione dell'aborto nel 1989, la mortalità materna continuò a diminuire rapidamente. La modifica legislativa del 1989 non ebbe effetti statisticamente rilevabili sulla curva della salute e mortalità materna. Attualmente la morte per aborto (anche clandestino) in Cile è un evento rarissimo. Il Cile ha meno morti per aborto – ad esempio – che la Spagna, paese con una legislazione sull'aborto relativamente molto permissiva.
Anzi, negli ultimi anni, in Cile anche gli aborti clandestini sono diminuiti (circa del 33% dal 2001 al 2011 secondo le migliori approssimazioni). Il secondo "esperimento naturale" è stato pubblicato sul British Medical Journal (2015): riguarda la relazione tra mortalità materna e le leggi sull'aborto nei diversi Stati del Messico. Si osservò meno mortalità materna in Stati con leggi meno permissive. Questi Stati tuttavia avevano anche migliori parametri rispetto all'istruzione, assistenza sanitaria, ecc. In realtà le leggi sull'aborto in sé non mostrarono una causalità significativa rispetto alla mortalità (né in positivo né in negativo). Esistono anche casi in cui un aumento della mortalità materna è associata all'avvenuta legalizzazione dell'aborto. In Guyana, quando si legalizzò l'aborto (1995) la mortalità materna aumentò.
Fuori dal Sudamerica, un paese occidentale come l'Irlanda ha notoriamente una bassa mortalità e buona salute materna. Uno studio comparativo del 2013 pubblicato sul Journal of American Physicians and Surgeons mette in rapporto la mortalità materna e la salute neonatale in Irlanda (dove l'aborto è sostanzialmente proibito) con quelle dell'Inghilterra (aborto ampiamente permesso). Lo studio mostra una migliore salute neonatale e materna in Irlanda (mortalità materna 3/100.000) che in Inghilterra (6/100.000), nel decennio 2003 – 2013. Un discorso simile vale anche per la Polonia, tra i migliori paesi al mondo per tassi di mortalità materna eppure tra i più restrittivi riguardo all'aborto.
Secondo i dati dell'OMS riferiti all'anno 2015, il tasso di mortalità materna in Polonia è il più basso al mondo, stimato a 3/100.000, insieme ai tassi riscontrati in Finlandia, Islanda e Grecia. (I dati sono reperibili qui). Aggiungiamo che, se il divieto o la legalizzazione dell'aborto non sembrano avere di per sé un effetto sulla mortalità materna, questo è vero quando si considera la mortalità direttamente causata da complicazioni della gravidanza, del parto o dell'aborto (di solito entro 48 ore). Se invece accettiamo una definizione più comprensiva di mortalità materna e misuriamo la mortalità fino a un anno dopo il termine della gravidanza, o anche dopo dieci anni, allora i più recenti studi finlandesi (2014 e 2016, quest'ultimo su An International Journal of Obstetrics and Gynaecology) e danesi (2012, European Journal of Public Health), basati su registri nazionali, mostrano che l'aborto (legale, in queste ipotesi) è associato a maggiore mortalità per cause indirette e che portare a termine la gravidanza ha un effetto protettivo rispetto ad alcuni fattori di mortalità (ad esempio rispetto al rischio di suicidio).

IN CONCLUSIONE
Ricordiamo infine che per valutare in modo completo le relazioni tra tassi di mortalità e legalizzazione/divieto di aborto bisognerebbe considerare la "mortalità" a 360°… cioè rispetto a tutti gli esseri umani coinvolti nell'aborto. In questa ipotesi il bilancio della legalizzazione è ancora più impietoso: con l'aborto muore comunque e sempre almeno un essere umano (il figlio o la figlia della madre). La legalizzazione consente tutela e moltiplica questa pratica al 100% mortale.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 24/05/2018

4 - L'ABORTO E' UN CRIMINE E CHI LO NEGA MENTE
Quarant'anni della 194 non rendono moralmente lecito quello che è un omicidio
di Benedetta Frigerio - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 22/03/2018

Mentre un giudice blocca la norma che riduce la possibilità di abortire in Mississippi in nome del "diritto di scelta della donna", la dottoressa Kathi Aultman svela la menzogna teorica che ha portato all'omicidio di oltre 60 milioni di bambini solo negli Stati Uniti.
Il 19 gennaio scorso il Mississippi è riuscito a mitigare la normativa abortista, abbassando il numero di settimane di gravidanza in cui è permesso da 20 a 15, ma è bastata l'immediata denuncia del Center of Reproductive Rights a far bloccare dal giudice federale Carlton Reeves l'esecuzione della norma. «Lo stato - ha detto il giudice - non può proibire alla donna di decidere».
La libertà di decisione è il mantra relativista che da oltre cinquant'anni tiene in piedi l'industria miliardaria dell'aborto. Proprio il 19 marzo Kathi Aultman, ex abortista, intervistata dalla CBN News ha rigettato luce sulle bugie di un sistema che ha portato all'omicidio di circa 60 milioni di bambini solo negli Stati Uniti.
Aultman ha cominciato la sua battaglia pro life raccontato a parlamenti e politici la sua esperienza come direttore di una clinica abortiva della Planned Parenthood (il colosso abortista finito in numerosi scandali fra cui la compravendita di organi di bimbi abortiti). Laureata in medicina, sin dall'inizio Aultman era convinta «che una donna deve avere il diritto di scegliere se essere incinta oppure no…non consideravo minimamente l'uguaglianza del feto».
Come può un medico proseguire nell'omicidio seriale di bambini, la donna lo ha spiegato così: «Guardavo il tutto da un punto di vista scientifico, mettendo completamente da parte qualsiasi emozione. Era stupefacente, ero solita mandarli, i diversi resti (dei bambini abortiti, ndr), giù nel reparto di patologia…guardavamo ai resti e mi affascinava». Pare di sentir parlare gli agenti delle SS che a processo, conclusa la Seconda Guerra Mondiale, non mostravano segni di sconvolgimento: «Non avevo alcun problema con quello che facevo», chiarisce la donna. Nemmeno quando Aultman commise un aborto mentre lei stessa era incinta, perché, si giustificava così: «Il mio bambino era voluto. Il loro no». A maggior ragione, verrebbe da dire, ma per lei esisteva solo la donna: «Non sembrava un problema per la donna che stavo facendo abortire. Non vedevo contraddizioni, nessun problema».
Ma il primo colpo all'ideologia femminista che aveva assorbito in università arrivò quando Aultman cominciò a prestare servizio nel reparto di terapia intensiva neonatale, dove aiutava i bimbi grandi come quelli che abortiva a lottare per la vita. Guardarsi mentre li aiutava, quando dall'altra parte li uccideva, la colpì. Ma, come accade quando non si cerca la verità, la dottoressa mise subito a tacere la sua coscienza.
Dopo il parto del suo primo figlio, però, altri fatti disturbarono la sua tranquillità. Il primo riguardava una giovane al suo terzo aborto, con i primi due già effettuati dalla dottoressa: «Andai dalla responsabile della clinica e le dissi che non lo avrei fatto, stava usando l'aborto come un contraccettivo. Ma loro mi dissero (ripetendole le parole con cui lei stessa si era sempre giustificata, ndr) che non avevo il diritto di prendere io quella decisione». L'episodio successivo Aultman lo ha spiegato così: «La seconda donna venne insieme alla sua fidanzata che le chiese: "Vuoi vedere i tessuti?" ma lei scattò e disse con una voce davvero arrabbiata: "Non voglio vederli, voglio solo ucciderlo!". E pensai: ma cosa ti ha mai fatto questo bambino?».
Alla CBN News Aultman ha ricordato anche quando una signora con 4 figli, smentendo quanti difendono l'aborto in nome dei "diritti delle donne", andò da lei perché «il marito pensava che non avrebbero potuto permettersi un altro figlio e lei pianse tutto il tempo». Proprio pensando all'ostilità delle prime due donne e al dolore della terza, la dottoressa cominciò ad ammettere che «il fatto che un bambino non era voluto non poteva essere una giustificazione sufficiente per praticare la procedura».
Aultman più tardi si convertì al cristianesimo, ma non smise comunque di credere nella "libertà di scelta" della donna di uccidere suo figlio, anche se la lettura del libro Il Cristianesimo così com'è, di C.S. Lewis, la fece vacillare. Ma solo qualche anno dopo, quando lesse un articolo che mostrava la similitudine fra olocausto nazista ed aborto, la donna capitolò, prendendo coiscienza di tutto il suo male: «Ho probabilmente ucciso più persone di Ted Bundy o di ogni altro assassino di massa», ha confessato dimostrando ancora una volta la banalità del male descritta da Hannah Arendet e che portò le SS ha commettere crimini tremendi senza quasi rendersene conto, perché "obbedivo agli ordini" e perché "lo facevano tutti".
Oggi per Aultman non è semplice convivere con il suo passato anche perché, «una delle cose più belle per una ginecologa e ostetrica è incontrare i bambini che ha aiutato a nascere o il figlio di quei bambini. È amaro perché penso a tutte quelle persone che non incontrerò avendo praticato l'aborto».
Aultman che l'anno scorso ha parlato davanti al Congresso per difendere le proposte di legge che vietano l'aborto non appena si manifesta il battito fetale, ha raccontato la sua gratitudine per il fatto che Dio ora la usi per proteggere e salvare i bambini «mentre un tempo li uccidevo». Ci vollero anni però, perché quando si rese conto del crimine umanitario commesso la donna non riusciva a perdonarsi: «In quel periodo - ha concluso - vidi nella mia mente le ginocchia e i piedi di Gesù e io che piangevo ai suoi piedi, mi disse: "Sei più potente di me? Sei più importante di me? Sei più forte di me che ti posso perdonare mentre tu non ti perdoni? A quel punto capii che mi aveva perdonato e che avevo bisogno di perdonare me stessa, fu la mia vera guarigione». Quella che ha poi portato Aultman a dedicare il resto della sua vita alla lotta contro l'aborto.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 22/03/2018

5 - MARCIA PER LA VITA: ANCORA PER DIRE DI NO ALLA CULTURA DELLA MORTE
Sempre di più i partecipanti
di Marco Guerra - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 20/05/2018

La marcia per la vita è in crescita senza l'appoggio del potere. Questo è il primo dato che va registrato riguardo all'VIII edizione dell'iniziativa che ricade nel quarantennale della 194. L'iniziativa arriva anche dopo poche settimane dal tragico epilogo della vicenda di Alfie Evans e dalla rimozione dei manifesti Pro Vita e CitizenGo. Presenti tutte le sigle del mondo pro life italiano. Tra gli esponenti di partito Meloni e Pillon.
La marcia per la vita è in crescita. Questo è il primo dato che va registrato riguardo all'VIII edizione dell'iniziativa che ricade nel quarantennale della 194, la legge italiana sull'aborto. L'iniziativa arriva anche dopo poche settimane dal tragico epilogo della vicenda di Alfie Evans e dalla rimozione dei manifesti Pro Vita e CitizenGo.
Per tutti questi motivi il popolo pro life ha voluto far sentire di nuovo forte la sua voce con una manifestazione partecipata da migliaia di persone. Il corteo, che si è snodato da piazza della Repubblica a piazza Venezia, al suo passaggio ha coperto tutta via Cavour. Di questi tempi non è facile vedere migliaia di famiglie con bambini camminare tra le strade di Roma in un assolato sabato pomeriggio di fine maggio. Mamme, papà, figli e ragazzi giovanissimi che, senza il sostegno di partiti e sindacati, sono arrivati da tutta Italia per dire che la vita va custodita dal concepimento alla morte naturale.
Presenti tutte le sigle del mondo pro life italiano: CitizenGo, Pro Vita, Movimento per la Vita, Popolo della Vita, Voci del Verbo, l'Associazione ginecologi e ostetrici cattolici, Comitato Verità e Vita, l'Associazione difendere la vita con Maria (realtà a sostegno alle donne che hanno abortito). Nutrita anche la rappresentanza del clero. Vale la pena segnalare anche la presenza di organizzazioni straniere e della mamma di Vincent Lambert, il cittadino francese gravemente malato che sta lottando per non vedersi applicato l'eutanasia contro il suo volere.
La politica ha partecipato senza essere protagonista. Tra la folla la leader di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni con alcuni sindaci del suo partito e il senatore della Lega Simone Pillon.
I cartelli esposti dai manifestanti riportavano gli slogan della campagna di CitizenGo censurata dal comune di Roma "L'aborto è la prima causa di femminicidio nel mondo" e i manifestini di Pro Vita con il feto di 11 settimane. Alcuni brevi momenti di tensione si sono vissuti alla fine della manifestazione poiché un'ordinanza, applicata alla lettera dalle forze dell'ordine, vietava ai manifestanti di uscire dalla piazza con i cartelli riportanti i suddetti slogan.
Per l'eterogenesi dei fini, chi voleva tappare la bocca a questo popolo ha ottenuto una delle Marce per la vita più partecipate degli ultimi anni. La verità si può strappare dai cartelloni pubblicitari ma non dalle coscienze delle persone che ieri a Roma hanno mostrato di stare dalla parte della vita.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 20/05/2018

6 - ALFIE EVANS....VALE LA PENA VIVERE, ANCHE SENZA GUARIRE
In molti hanno messo in relazione le possibili cure con la scelta se uccidere o no Alfie, ma il punto è che la vita non è mai nostra proprietà: una testimonianza
di Benedetta Frigerio - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 29/12/2017

Non c'è nulla come una vicenda del genere capace di svelare la verità su temi controversi e dibattuti e sui quali intellettuali ed esperti cercano di far luce spesso complicando le cose, come accadde nel caso di Charlie Gard. Cori Salchert è un'ex infermiera del Wisconsin di 51 anni che ha deciso, insieme al marito Mark, di adottare una bambina in fin di vita nel 2013 per poi prenderne con sé altri sei, di cui alcuni sono già morti.
Lei che da piccola vide sua sorella malata, ricoverata in ospedale e separata dalla sua famiglia, e che crescendo cominciò ad avere rimorsi, capì che il punto non era cambiare il passato, ma "donarlo a Dio affinché lo redima", ha spiegato la donna intervistata da American Snippets. E così fu quando nel 2003 cominciò a lavorare in un hospice accompagnando le persone a morire. Qualche anno dopo, però, Cori, che si era assentata dal lavoro solo negli anni di crescita dei suoi otto figli naturali, ccominciò a soffrire di una malattia autoimmune. Per qualche anno, costretta a letto senza rimedi, cominciò a pregare così: "Dio non vedo nulla di buono in questo male, devi fare tu". Finché un medico riuscì a trovare una cura. E se già anni prima la donna aveva chiesto al marito di poter adottare i bambini malati e abbandonati dai genitori, ma la risposta fu "abbiamo già otto figli e facciamo loro home school, non è possibile", dopo tutta quella sofferenza e le preghiere della moglie, arrivò una chiamata improvvisa in cui si chiedeva ai coniugi di adottare una bimba malata e la risposta di Mark fu positiva. La piccola Emmalynn visse 50 giorni: "L'abbiamo accompagnata e ora danza in paradiso. Le dicevo: "Non è questa casa tua, noi ti stiamo accompagnando a casa ed è morta nelle mie braccia"…e si sarà svegliata in Cielo, dove non c'è pena né affanno. È là e non è da sola", ha continuato l'infermiera piangendo.
Poi, nel 2014, il giorno del suo compleanno, "come a dirmi che era un regalo di Dio, arrivò Charlie", che proprio come Charlie Gard secondo i medici, dato che respirava con un ventilatore e aveva il cervello completamente danneggiato, doveva morire. Invece ha compiuto quest'anno tre anni. "Lo cullai - ha continuato - lo misi fra le mie braccia e venne a casa e pensavo che "tu mi porti vita, tu mi parli della vita". In effetti Charlie è un lottatore come spiega la donna sconfessando quello che la cultura della morte fa passare come sbagliato usando il termine di "accanimento terapeutico": "Sento il fiato mancare pensando al numero di volte in cui abbiamo rianimato questo piccoletto (oltre 10, ndr)… è difficile per me. Ma abbiamo anche ottenuto l'approvazione per un letto abbastanza grande da consentirci di accoccolarci con lui e di coccolarlo mentre è attaccato ai tubi e alle macchine", ha chiarito la donna a Today.
Certo, la famiglia Salchert non fa vacanze, ma i figli terminali che adottano permettono loro di essere davvero felici, perché "viviamo giorno per giorno, ringraziando di quello che abbiamo: questi bambini ci ricordano questo e ci fanno essere grati". Insomma, stando davanti alla morte che l'Occidente edonista vuole rimuovere provocandola prima del tempo ma sprofondando nella sua depressione, questa famiglia riesce ad apprezzare di più il dono della vita: "Morire è qualcosa che non possiamo cambiare, ma la capacità di amare è meravigliosa."
È chiaro che questa donna vive con dolore le sofferenze dei suoi figli: "C'è tristezza - ha ammesso - ho pianto tante volte, ma quello che vedo è che, pur essendo loro in condizioni di infermità assoluta, possono fare una cosa, possono essere amati". Perciò la dolcissima Cori si infuria quando sente che questi bambini andrebbero "lasciati andare". Quando un medico osa dirle, come è accaduto, che "questo è un vegetale e non ha alcun tipo di comunicazione con il mondo che abbia senso, lo prendo come un insulto. E sapete che dico? "Grazie mille, ma io mi porto a casa questo bambino e lo tratterò come un essere umano quale è". Ad esempio, "quando adottai Emmalynn", che prima teneva sempre la faccia in giù ingrugnita, "mio marito la prese, la mise sul suo petto e cantò" e la piccola cominciò a reagire. "Quindi mi potete anche dire che è un vegetale ma a me non interessa, non importa se per qualcuno queste cose non hanno significato, lo hanno, lo hanno per me".
Perciò, in un video che parla della sua storia Cori dice a Charlie, mentre lo culla commovendosi: "Io celebro il fatto che tu possa essere semplicemente vivo, saremo tristi quando te ne andrai ma siamo ancora più grati del fatto che tu sia entrato nella nostra vita", riempiendola di significato e di uno scopo: "Non posso fare la differenza per il mondo intero, ma so che posso farla per il bambino che ho qui con me", ha sottolineato la donna. E no, ha dichiarato ancora a Today, "non è tutto bello o tutto brutto, tutto spaventoso o tutto gioioso, ma è tutto questo insieme. Ci sono lacrime e c'è il dolore, ma è più la grande la gioia per ogni vita". Come ha spiegato anche una delle figlie naturali degli Salchert: "Mia madre dice che può amare così perché Gesù la ama così e siccome ha accettato di abbracciare la sofferenza di questi bambini riceve anche una sovrabbondanza di gioia". Sì, per ogni morte Cori e suo marito provano una grande pena e mancanza, ma piena di speranza e di amore.
Non si può non chiedersi come davanti a storie simili si possa dire di preferire l'eutanasia chiamandola morte degna. Perché anche chi pensa che quello degli Salchert sia un atto eroico di pochi non può, con un minimo di onestà intellettuale, davanti a bambini curati fino all'ultimo e morti di morte naturale in casa (magari rianimati e sostenuti da ventilazione ed idratazione per mesi o anni), senza burocrazia preoccupata dei costi ospedalieri o tribunali di mezzo, preferire testamenti biologici e sentenze di morte basate sulla "qualità di vita". Giustificando la sospensione della ventilazione o dell'alimentazione con il fatto che un tempo non esistevano macchinari in grado di fornirle. Si capisce che l'unica alternativa a tutte queste norme, dettate dal terrore della sofferenza, e alla cultura efficientista della morte è il sostegno concreto alla carità, che supera il dolore e lo salva. Anzi lo usa per un bene maggiore cambiando in meglio tutta la società.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 29/12/2017

7 - LA PIU' GRANDE CAMPAGNA PROLIFE IN ITALIA
Camion-vela e manifesti in 100 Province per ricordare il fallimento della legge sull'aborto
di Toni Brandi - Fonte: Notizie ProVita, 21 maggio 2018
Fonte: Notizie ProVita, 21 maggio 2018

8 - LA RUGBYSTA FINITA IN COMA CI HA PERMESSO DI VEDERE COME FUNZIONANO I TRAPIANTI
Per il trapianto d'organi vitali dobbiamo chiederci se fare l'espianto dopo la morte o morire a causa dell'espianto
di Alfredo de Matteo - Fonte: Corrispondenza Romana, 09/05/2018
Fonte: Corrispondenza Romana, 09/05/2018

9 - PRIMA DI ALFIE IL GIUDICE HAYDEN AVEVA GIA' CONDANNATO A MORTE ALTRI BAMBINI E ANZIANI
Alfie è l'ennesima vittima del socialismo sanitario che non poteva permettere al bambino di trovare una cura migliore fuori dal proprio sistema sanitario nazionale
di Benedetta Frigerio - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 03/05/2018
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 03/05/2018

10 - DIRITTO A MORIRE & DOVERE DI UCCIDERE
Tommaso Scandroglio critica la legge italiana sul testamento biologico che obbliga medici e infermieri a praticare l'eutanasia cioè, in pratica, a uccidere un innocente (VIDEO: Tommaso Scandroglio)
Fonte Amici del Timone di Staggia Senese, febbraio 2018
Fonte: Amici del Timone di Staggia Senese, febbraio 2018

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